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CODOGNO
E IL SUO TERRITORIO
NELLA CRONACA E
NELLA STORIA
GIO. CAIRO - F. GIARELLI
CODOGNO
E IL SUO TERRITORIO
NELLA CRONACA
E
NELLA STORIA
VOLUME L
CODOGNO
TIPOGRAFIA EDITRICE A. G. CAIRO
1897
PROPRIETÀ ARTISTICO-LETTERARIA
UESTO libro non intende diminuire il valore delle opere esistenti che ri- guardano Codogno ed il suo terri- torio. A noi però parve che, ad ogni modo, non sarebbe riescita sgrade- vole un'opera la quale, tesoreggiando gli elementi raccolti da altri, e con- fortandoli di qualche altro e più moderno rilievo, li coordinasse secondo uno spirito più largo, rialzando ed ampliando l'esposizione e l'indole dei fatti che hanno più diretta attinenza alla società politica e civile.
Alcuni cronisti della terra nostra dedicarono e studi e note allo svolgimento, diremmo quasi esclusivo, di tutto quanto appartiene alla materia ecclesiastica, se- guendo, del resto, la consuetudine di quanti nei vecchi tempi si consacrarono alla narrazione delle vicende terriere di qualsiasi parte d'Italia. Il che, se era con- sono e logico allora, ci sembra male risponda ai con- cetti direttivi odierni, pei quali la storia, più che una
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faticosa ed arida disquisizione d'academia, deve essere la dimostrazione reale di ciò che effettivamente costi- tuisce lo sviluppo di tutte le forze e di tutte le energie locali. Giusta questi criteri, il libro nostro escirà dai limiti a sé medesime prefissi da quelle figure antiche le quali raramente discendevano dai gradini del san- tuario; ma si mescerà invece nelle piazze, salirà le scale palatine, e starà rigidamente arbitro fra il castello e il tugurio, i conquistatori stranieri ed il libero co- mune; cosi che il pensiero della scienza vada incontro alla forma dell'arte, ed alla vecchia voce dei campi sia d'eco potente il sonito dell'officina.
Noi intendiamo rievocare non solo le vicende del nostro territorio nell'ordine cronologico, ma dedicarci in modo precipuo allo studio ed alla descrizione dell' « ambiente » in cui esse si svolsero, dei caratteri umani che ne fu- rono attori o parti, e delle conseguenze le quali, a volta loro, apparecchiarono la tela degli eventi.
Non ci dissimuliamo gli ostacoli che ci stanno di fronte, dovendo con idee ed impressioni affatto mo- derne ricostruire tutto un mondo che fu; ma — se hanno innegabile valore la scrupolosa fedeltà del rac- conto e la astrazione assoluta dall'oggi — possiam fare a fidanza che questa rievocazione riescirà senza dubbio perfettibile, ma almeno coscientemente vera.
D'altronde, se troveremo irto il campo delle investi- gazioni sulle epoche antiche — velate si fattamente che a traverso ad esse l'occhio della critica non può sempre giungere alla esatta percezione del vero — su quelle del ducato milanese, del feudo, delle signorie straniere, correremo certamente acque migliori nell'accennare agli annali moderni del paese nostro.
Posti di fronte alle età ed alle genti, ai costumi ed alle leggi che ora non son più, noi sorregge la fiducia
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in una serenità perenne ed illimitata. Troppo facile è la consuetudine dell'anatema contro il passato; e ci ricorda la caratteristica frase di quel bizzarro ingegno che fu Petruccelli della Gattina, il quale — interrogato da Palmerston intorno ai suoi concetti sulla compila- zione di una nuova storia d' Italia — rispondeva :
— Non benedire tutto il presente, non maledire tutto il passato.
Forse questo metodo ci varrà l'accusa di ostentata alterezza; ma non per questo rinunzieremo allo spirito di libertà saggia che deve informare l'opera nostra; come che questa — pur rispettando gelosamente i criteri monu- mentali della storia — debba sempre e dovunque recare un largo corredo di impressioni proprie. Oggi sono soltanto i tecnici eminenti e le illustri academie che s'occupano, per dovere speciale di uficio o di condi- zione, delle opere scrupolosamente teoretiche, tirate sui quattro spilli della nuda e cruda erudizione. Anche questa, senza dubbio, occorre; ma sola, e nei rapporti del gran publico che legge e si appassiona, ad altro non serve che a mandare la sapiente memoria agli atti dell'istituto od agli scaffali delle biblioteche, dove sarà troppo spesso coperta della polvere dell'oblio.
Non per questo seguiamjo coloro che per scrivere una storia compongono un romanzo. Noi crediamo esser d'uopo che il libro risponda al carattere dei contempo- ranei ; la generazione che passa non ha più le serene ingenuità d'altri di; essa si direbbe vivere quasi uni- camente coi nervi e dei nervi, cosi che, a moverne il cuore ed a fissarne la mente, é indispensabile appagarne le aspirazioni per avere insieme il diritto e il modo di frenarle. Noi pensiamo, insomma, che la fortuna dei leggitori é serbata soltanto a quelle opere in cui chi legge riconosce sé stesso, non é più spettatore ma attore della scena che si svolge, e mano mano ne di-
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venta cosi virtuale elemento da risentire quasi l'emo- zione di protagonista.
Altra preoccupazione che ci ha fermati al momento di imprendere questo lavoro è stata la prefinizione ap- prossimativa dei limiti entro i quali il nostro libro sa- rebbesi svolto; ed il pensiero corse subito ai contorni topografici i quali ne avrebbero segnata Forbita.
Ci sembra inutile riandar qui i differenti gradi per cui si venne via via modificando e delineando il nostro concetto, tanto più che Tidea é raffigurata fedelmente dal medesimo titolo dell'opera.
Volendo, per altro, rischiarare questo punto, diremo che consideriamo fuoco centrico Codogno ; e come questo fuoco ha le sue irradiazioni, cosi ci estenderemo a quelle pertinenze di siti che, attraverso i tempi e gli avvenimenti, si rannodarono al capoluogo onde ha ra- gione l'opera nostra. E, se qui volessimo ancor più particolareggiare, potremmo indicare quali punti estremi del nostro campo di azione : a settentrione una retta imaginaria che, dilungandosi a levante da Castiglione d'Adda e passando pel comune di Terranova de' Pas- serini, giunge al ponte detto del Mariotto sul Lambro a ponente il Lambro stesso; a mezzodì il Po; ed il Po e l'Adda ancora a levante: una plaga che, quan- tunque non possa dirsi intieramente codognese, pure risulta indivisibile nella storia e nella cronaca, ed anche nei publici e privati rapporti, da quella terra alle cui vicissitudini é più specialmente dedicato il nostro lavoro.
A chi visitasse palmo a palmo questo territorio, emer- gerebbero evidenti non solo le diversità — agricole e industriali, statistiche e glottologiche — fra abitanti ed abitanti; ma si farebbero inoltre palesi tutte quelle altre
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differenze demografiche, che, mentre restringono il na- turale anello congiuntivo tra luogo e luogo, prese in- vece singolarmente alle loro estremità, costituiscono un ben netto distacco, ed hanno una particolare fisionomia secondo il corso delle acque, peculiarmente del Po.
Per poco si raffronti questa plaga ad altre pure di Lombardia, ci colpisce l'immediata impressione di un carattere quasi esclusivo degli abitanti; come un senso di soHtudine si risente; e si direbbe che questo forte gruppo di vigorie moderne si trovi quasi in condi- zioni d'oblio di fronte agli altri.
Fra noi prospera, laboriosamente esercitata, l'agricol- tura ; alcune grandi industrie locali portano trionfalmente pel mondo i prodotti del paese nostro; qui i mezzi di comunicazione e di trasporto sono comodi ed abbon- danti; non vi mancano imponenti opifici che gareg- gino per copia nova e salda di prodotti con quelli delle più illustri e vantate regioni d'Italia e di fuori; sono ordinati i servizi amministrativi; frequentate le molteplici scuole, per le quah anche nelle sezioni ec- centriche i municipi provvidamente dispongono; antichi e floridi gli asili per la infanzia, e di una liberalità rara le svariate opere pie; vi ha accordo significante tra ca- pitale e lavoro, cosi che né urti né violenze qui furono fin ora lamentati; la moralità è in condizioni egregie; quasi sconosciuti i reati di sangue, quelli contro le proprietà e il buon costume ; patriotismo severo, sino alla acquie- scenza ai più gravosi tributi ; insomma una grande fa- miglia che vive ossequente alle leggi dello stato, senza eccessive pretese e paga d'una vita morigerata, ope- rosa e tranquilla.
Ciò non ostante, non é che più evidente lo stato di dimenticanza nel quale é lasciata questa popolazione ; e le cause sono parecchie e note, né é qui il luogo di enumerarle. Intanto una conseguenza palmare di questa
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condizione é, direbbesi, l'oblivione del proprio valore e della propria personalità. Qui, infatti, all' infuori del legale intervento dei comuni, non trovansi istituti che accompagnino straordinariamente l'odierno svolgimento intellettuale; qui lo spirito naturale é proprietà di tutti, ma la coltura di pochi; qui l'arte ha pochi seguaci ed é sottoposta alla più meticolosa delle contabilità ; qui esiste il sentimento intimo del bello e del vero, ma premono difficoltà gravi quando si tratti di tradurlo in atti; qui si ha una speciale attitudine ai negozi ed agli affari, ma insieme un contegno passivo di fronte a tutto quanto, oltre le industrie ed i commerci, sappia di innovazione e di riforma.
Dal quale insieme di manifeste circostanze consegue che alla maggioranza dei cittadini fa difetto la no- zione di ciò che furono, di quello che sono, e di quello che potrebbero essere ; sono scarse e incompiute le storie e le cronache locali; e le une e le altre non paiono né meno più contemporanee; ché oggi al popolo, per essere edotto del proprio passato e per formularsi un disegno avvenire, occorre il libro che lo attragga, più che mai lo scuota, lo fortifichi nelle sue aspirazioni.
Sarebbe presunzione ingiustificabile la nostra se ci credessimo tali da saper compilare questo libro ideale ; ma, ricordando il concetto che Marco Tullio aveva della storia, noi non disperiamo del tutto di poter presentare in logico nesso quei documenti che questa (( maestra della vita y) gitta al cospetto dei popoli, affinché dal giorno che fu imparino quello che giunge.
Ed é perciò che speriamo tornerà gradito al popolo sentir narrato sé stesso, né soltanto narrato colla sco- lorita parola, ma all'uopo vivificato coll'arte rappresen- tativa del disegno. Esso saprà chi fu, quah i suoi
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maggiori, i suoi fasti, le sue miserie; e la leggenda e la cronaca, e la figura e il paesaggio cospireranno a rendergli interessante la sua ampia persona attraverso le età. Intenderà il pensiero che ci ha mossi a scrivere quel libro cui pose mano egli medesimo ; il perché non disperiamo che, considerandolo opera propria, a noi non negherà il compiacimento di riconoscere sod- disfatti e un suo desiderio e forse una sua necessità.
E bene, pertanto, sappiano i lettori che useremo la massima cura affinché questo libro non riesca pri- vativa da sapiente di professione, ma risponda alle aspirazioni della maggioranza sociale, cui i destini mo- derni condannano a studiare, a comprendere ed a pro- durre con una rapidità enunciata da algebriche formule.
Studio minuto di date, induzioni e deduzioni medi- tatamente esposte, versioni trascelte sulle più resistenti prove; ed insieme impressioni ed espressioni vive e calde. Come per l'antico ci spoglieremo di qualsiasi pregiudizio, cosi pel moderno deporremo qualsiasi vel- leità politica ; al di fuori della lotta passionale — che esagita e travolge gli spiriti nella battaglia dei partiti — questo libro aspirerà a remeggiare, se non in eccelso, almeno in ce spirabil aere » di verità e di giustizia ; cosi al di sotto delle nubi da riescire un consigliere bene accetto a chi vive la vita reale, e cosi al di sopra del suolo che non lo tocchino le volgarità terrene.
Che se dei propositi riescirà assai minore il lavoro, sarà colpa d'intelletto non di sentimento, come che questo s'ispiri per noi al più nobile degli affetti, quello con- sacrato ai fasti della patria.
CAPO I.
V evo ignoto — L' Insubria — Il palude — I laghi — Il culto a Mefite e a san Cristoforo — Gli etruschi — Gli scavi.
A narrazione degli avvenimenti del nostro territorio sta alla generica dei fatti italiani nella logica misura della parte al tutto. Da ciò la necessità di non con- tenerci in un compito rigorosamente locale; ma di assurgere invece dalle fini terriere alla sintetica esposizione di quegli indispensabili concetti regionali, senza il cui presidio il racconto non avrebbe la ragione di essere, che è data sol- tanto dalla prospettiva sulla quale si delinea l'azione nei luoghi e degli uomini.
Noi, pertanto, non faremo precedere a questa illustrazione di indole strettamente locale una lunga e laboriosa disquisizione sullo stato dell' Italia antica e sui popoli prisci che 1' abitarono. Ma pensiamo, d'altronde, che non compiremmo buona cosa se, som- mariamente almeno, non dessimo un'occhiata in giro alle gene- riche condizioni della penisola , anche a costo di non rispettare perfettamente gli iddii Termini della narrazione ; e ciò tanto piìi
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riconoscendo come su questo nucleo vigoroso di terra lombarda hanno continuamente e gagliardemente influito i destini di tutta Italia. Quando, più oltre, avremo scorto questo territorio già costituito in organismo a sè e con lineamenti personali, sarà doveroso stringerci all' ara dei genii del luogo ; ma , mentre questo periodo di preparazione si va distintamente figurando, sarà opportuno contemplare la antica terra insubre, che ebbe e serba una serie di caratteristiche le quali ne fecero e fanno così alta, rispettabile ed importante la fisionomia etnologica, politica € civile.
Non discuteremo certo la imponente questione degli aborigeni, questione illuminata dai più grandi ingegni nazionali , e sulla quale è passato armato in guerra lo spirito della critica tedesca; per quanto non sia possibile dimenticare che la questione mede- sima sia stata nei secoli complicata ed oscurata dai prodotti della leggenda.
Comunque, su questa difficile strada — che da un lato confina colla fantasia e dall'altro col deserto dei monumenti — porremo ogni studio per procedere concordi a fianco degli esimii cultori delle storiche discipline, i quali, raccogliendo intorno agli evi dimenticati i raggi di quel grande astro che ha nome verità, li ordinarono per diradare colla rifrazione di essi le tenebre del caos preistorico.
Relegando fra gli sforzi fantastici ciò che aspirerebbe ad essere un cenno serio sui primissimi incoli della regione, si può fare a fidanza col vero affermando che per aborigena di qui s' abbia a ritenere la gente tirrena, precedendo — secondo Cesare Vignati ^ — i liguri agli umbri, gli umbri agli etruschi. Gli umbri, più spe- cialmente distesi verso la plaga oggi milanese, la qualificarono Isumbria o Insubria, quanto dire bassa Umbria, per distinguerla da altre sedi che in più parti d' Italia gli umbri occupavano ^. E pare ineccepibile l'asserzione della preesistenza in Italia degli umbri sugli etruschi, al fììre di Erodoto; il quale lo crede e lo narra , soggiungendo che essi recarono fra noi l' agricoltura e l'arte muraria. E molto tempo dopo di lui interviene Polibio, il più antico scrittore che nomini gli insubri, affatto distinti dagli olumbri, accampati sui monti della Italia centrale, e dai vilumbri,
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che distendevansi — ampio ventaglio umano — sulle sponde del mare meridionale.
Pure — anche prescindendo dall'opinione del Vignati — non pare che alla venuta degli umbri il nostro suolo fosse inabitato deserto, se vogliamo interpretare il linguaggio muto delle molte ossa umane e dei rozzi cocci di stoviglie reputati anteriori alla civiltà umbra : forse oggetti e reliquati dei vecchi liguri , le cui pugne cogli umbri sono rammentate dal Mommsen; e gli scheletri disep- pelliti, con accanto ascie e punte di freccia in selce, e frammenti di anfore e di vasi, evidentemente non lavorati a ruota — mac- china fra le antiche antichissima — comprovano 1' attendibilità dell'opinione emessa dallo storico tedesco, la quale è pure suf- fragata dalla natura e dal clima di questo paese ai tempi degli umbri, e dalla vita che questi usavano condurre.
Qui, infatti, frequenti le torbiere, prodotto di vegetali palustri ; qui le piroghe rudimentali esumate, onde la esistenza indubitata di paludi e di lagune, alle cui sponde sorgevano, piantate su pali, le capanne di famiglie chiedenti alla pesca la vita; qui olmi, betulle, salici fossili , che indicano come allora fosse incolta e non difesa dalle acque invadenti questa terra, e come più freddo e più umido vi fosse il clima.
E la bonifica venne immediatamente dopo; e senza dubbio gli etruschi ne furono i ministri ; quegli etruschi i quali nella regola delle acque salirono a così alta fama che non solo della propria regione avevan fatta la plaga più salubre d' Italia , dentandola di insigni monumenti del genere, ma che più tardi ebbero da Roma, loro signora, il mandato di moltiplicare nelle provincie dell'antico Lazio i loro mirabili manufatti.
Sembra, pertanto, certo che specialmente fra noi abbia trovato abbondevole applicazione l'opera rigeneratrice della gente etrusca, quantunque già prima la natura avesse portato il proprio con- tributo al rassodamento del terreno. Per esempio, la ripa vetus Padi, segnata sulla carta di Paolo Bolzoni (1588) al di sopra del- l'altipiano di Mirabello, ed alquanto a mezzodì, non è altro che il terrazzo di Po, il quale andò formandosi sul finire delle epoche geologiche e sull' inizio delle epoche storiche.
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Ma questa pianura digradante dalle Alpi al Po era sempre preda naturale delle libere acque ; onde la perenne necessità delle difese, di arginature ripuarie pel pericolo immanente di piene elevantesi al di sopra dei campi ; e per ciò scrive a ragione Pietro Verri ^ stare le spese per gli argini a prova che se per mezzo secolo queste opere fossero neglette, ciò basterebbe perchè tutta la parte bassa di questa superficie scomparisse sommersa dalle acque ; e il Verri cita Lodovico Antonio Muratori , che dimostra quanto facilmente possano diventare lago o palude flo- ridi" paesi di Lombardia, se appena gli uomini sospendano o rallentino il riparare coli' arte al continuo lavorio della natura ; la quale pare abbia destinato ai pesci un suolo su cui stanno
— contro sua voglia — uomini molto rassomiglianti agli olandesi - posti anch'essi fra pascoli opimi, fra ricchi prodotti di caseifici(>, fra campi doviziosi di lino. I
D'altronde, basta uno sguardo alla nostra regione per megliff apprezzare come e quanto debba essere stata imponente e grartó- diosa la bonifica degli etruschi. Anche oggidì, infatti, quest{: gran valle, percorsa o lainbita da importanti riviere, è resa feconda dal limo; e la sua coltivazione è la prova della soverchia umidità del suolo. La viticoltura non ofìre suoi saggi^ che per eccezione, sebbene si tragga da Plutarco e da Tito Livio che i galli inna- morarono di questa plaga appunto pel vino . squisito che vi si produceva. E Strabone, coevo di Augusto imperatore, aggiunge che ai suoi tempi i galli cisalpini avevan botti vinarie in legno
— e delle quali forse furono gli inventori — più grandi delle case; classifica le viti del Milanese fra le più stimate della Italia del mezzodì ; e l'Ariosto canta :
L' almo liquor che ai mietitori suoi Fece Icaro gustar con suo gran danno, E che si dice che già Celti e Boi Fè passar l'Alpe e non sentir l'affanno.
Intanto abbondano tuttavia le prove dell'indole paludosa di queste terre; le quali, malgrado le bonifiche varie, spinsero ben oltre le loro tristi condizioni anche nei tempi successivi. Si sa, infatti, che le terre del Lodigiano facilmente allagarono quando
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Codogiio e il suo territorio, ecc. — /.
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Giovanni Bonavalle, g-overnatore di Lodi per re Francesco 1 (1523), e Federico Gonzaga, signore di Bozzolo (1524), fecero rompere gli alvei della Muzza e della Bertonica per tener lon- tani i nemici*; esempio imitato poi, quando — temendosi dal marchese del Vasto, condottiero imperiale, l'invasione del Lodi- giano per parte di Pietro Strozzi, capitano di Francia — si tentò di allagare i circostanti luoghi paludosi, per interrompere il procedere dell'esercito navarrino (I544)^
Altra prova si ha nella nomenclatura di molti luoghi dei quali vogliam qui accennare alcuni.
I luoghi dalla radicale « cava » stanno capilista; la loro de- rivativa è esattamente celta, come che in quell'idioma per- duto « cava » equivalga a « caverna presso l'acqua ». Onde: Cavenago; Cavalunga, tra Camairago e Castione, citata in un atto di donazione d' Adelberto da Brembio (105 1); e Cavacurta, secondo alcuni così nominata da uno scavo fatto a sfogo delle acque abduane, o secondo altri dall'acquedotto di Childeberto, come più oltre diremo.
La desinenza in « ago » di parecchi luoghi lombardi — che ha origine prettamente gallica « ago » , onde il latino « actcm » ^ — sembra alludere a vicinanza o attinenza di lago ; così come : Ca- mairago, Cavenago, Ossago, Secugnago , Sorlago.
Altri nomi sono la dimostrazione effettiva della postura o della natura di essa , come le varie Isole , di cui parecchie oggi scomparse anche di nome — tra le quali la Pertegida e la Rammo Rabioso — e le attuali di San Sisto e Isolone; le varie Gerole, Gere e Geroni, le Coste, i Dossi, le Bassure, i Ronchi, le Ranere, le Cantarane, le Moientine, Canneto, Noceto, e via via.
Ed abbiamo l' altra prova fornitaci dalla antitesi , risultante dalla terminologia di posizioni o non invase dalle acque o da esse emergenti ; come Monte Cucco , Monte Nivello , Monte Oldrado o Ilderado (Somaglia), Monticchie, Monticelli, Ripa Alta (Santo Stefano), uno dei tre Corni costituenti in antico una specie di terra avanzantesi nel Po.
Ma ciò che in modo inoppugnabile determina la sovranità del palude su questo territorio è la esistenza — ormai provata — ^ di parecchi laghi i quali sono totalmente scomparsi. Scrive Carlo Cattaneo^ che l'Adda, il Serio e l' Oglio nel volgere dei secoli:
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corrosero coi loro filoni il fondo e lo infossarono sotto quello degli stagni circostanti, e nello stesso tempo che colle inon- dazioni colmarono di materie i luoghi più bassi. Nè bisogna dimenticare l'affermazione di Carlo Sigonio ^ (1570) che dai tre fiumi su mentovati, per la sovrabbondanza delle loro acque eransi venute formando vaste paludi fra Lodi e Cremona; e, massime per le alluvioni, nell'agro lodigiano ; onde poi quel mare Ge- rundo di cui ci toccherà parlare.
Accenniamo ad alcuni laghi della plaga oggetto delle nostre osservazioni :
Il lago Barili o Barisii esisteva tra San Fiorano , Fombio , Santo Stefano e Guardamiglio ; formato , pare , dalle acque del Lambro e fors' anche da quelle del Po. Fu detto anche Lam- brello, perchè in esso, presso Somaglia, entrava il Lambro na- vigabile , e sul quale trasportavasi il sale da Venezia a Milano. Esso seguiva il suo corso per la Mortizza, la quale — secondo scrive un illustre codognese ^ — non ne è che l' antico alveo abbandonato, e probabilmente in progresso di tempo rettificato dall' uomo. Nella chiesa plebana antica di S. Maria Elisabetta — attualmente sacello al cimitero di San Fiorano — dicesi si conservassero i robusti anelli di ferro cui erano raccomandate, durante gli ormeggi, le imbarcazioni onerarie del lago. Al prin- cipio del secolo XIV esso esisteva ancora, poiché il vescovo Egidio dell'Acqua ne affittava le ragioni di pesca.
Una pergamena sincrona all' erezione del castello di Larderà (11 giugno 1052), ricorda appartenere ad Adeleida abadessa del chiostro piacentino dei SS. Sisto e Fabiano la proprietà sopra « la selva detta Formola , ovvero un lago detto Paldeningo, presso la prefata selva, posto nel contado di Lodi ».
Permane tuttora il lago di Meleti, di cui si ha notizia in un atto col quale, consenzienti il vescovo lodigiano e l'abate di S. Pietro in Lodi Vecchio, Pietro di Casale fa una permuta di terre con Monaco, prevosto di Santa Maria della Cava (29 maggio 1192); e del quale è noto che nel 1609 avesse un miglio di circuito. Si afferma prodotto in origine dalle acque dell'Adda e \del Po. Quivi l'americano Paolo Boyton esperiva i suoi ap-
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parecchi insommergibili coi quali aveva audacemente attraver- sato l'oceano (novembre 1876).
E finalmente il lago Gerundo, detto altresì mare con ingenua e rusticana iperbole. La sua formazione antichissima è dovuta al costante allagamento dell'Adda, la quale — -non frenata da argini e non soccorsa da emissarii — aveva invaso un vasto tratto di terreno, ivi travolgendo il suo letto ghiaioso o geroso. Indi il nome di Gerundo, che appare per la prima volta in un documento, col quale il capitano Fanone dei Tresseni dona alla chiesa di San Martino un fondo confinante a mattina colla costa ■e ripa del Gerundo stesso (28 settembre 1204)^^. Afferma Pier Francesco Goldaniga esser parte dell'antico letto del Gerundo l'attuale Gera d'Adda, ed esser stato Childeberto, re franco, il quale — invadendo l'Italia per istrapparla alla potenza longo- barda (590) — aprì uno sbocco dell'Adda nel Po, per salvare molto terreno dall'inondazione; ed il cavo da lui fatto vuoisi appunto fosse a Cavacurta, dove il Gerundo finiva.
Determinare oggi l'esatta topografia del Gerundo non pare possibile, ma — secondo il Vignati — esso distendevasi sopra una bassura , larga in qualche luogo sino a dodici chilometri , la quale, cominciata fra Comazzo e Pandino, andava a restrin- gersi fra Cavenago e Rubiano. Altri, invece, dicono che il Ge- rundo stendevasi su parte del Bergamasco a mezzodì, su tutto il Cremasco, su parte del Lodigiano, sui territorii occidentali del Cremonese, e così per la lunghezza di quarantacinque miglia circa. Tale opinione sarebbe pur confermata dal fatto che nel XII se- colo i cremonesi movevano all' assedio di Lodi con apparato nautico e terrestre. Guido Ferrarlo vuol riconoscere il Gerundo nella natura geologica dei luoghi
Il lago scomparve mano mano , lasciando , per altro , traCcie evidenti della propria esistenza.
In questo desolato bacino , colpito dal flagello della malaria , era difiuso il culto della iddia Mefite, così e come racconta Cor- nelio Tacito, parlando della distruzione di Cremona (69); ed una lapide di Laus Pompeja attesta tuttavia del culto mefitico ivi professato nella seconda metà del primo secolo cristiano
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Il palude però sembra sia stato prodotto in parte anche dal- l'opera umana, poiché — ■ secondo il Vignati — ■ i lodigiani de- viarono il corso dei fiumi e dei canali per difendersi dall' irruzione longobardica (570), causa probabilissima delle fiere pestilenze inguinarie che funestarono questi paesi pochi anni dopo (582), e delle esondazioni (589) per le quali furono provvide le opere di re Childeberto.
Al terreno paludoso suqcesse il periodo del lago, ed al culto- di Mefite, coli' identico fine, quello a san Cristoforo. La leggenda popolare imaginò sul finire del secolo XIII il grande drago Ta- rando disceso, come il veltro dantesco, non per l' onda del Po ma per quella dell' Adda che lo immetteva nel lago, dove stette ap- pestante coir alito le genti. Si chiesero più che gli umani i divini aiuti : il vescovo convocò clero e popolo , nell' ottava del Natale (1299) si fecero espiatrici processioni, e si votò l'erezione di un tempio a Dio e a san Cristoforo se il territorio fosse stato li- berato dall' infesto animale e dall' inonda- zione dell' Adda. L' ultima processione fu il dì di san Silvestro, e all'indomani, capo d'anno, il prodigio si avverò: cessò la col- luvie delle acque, ed il drago Tarando — affrontato e morto dal santo gigantesco fervidamente invocato — fu rinvenuto nelle secche.
Smagliante leggenda questa delle mor- tifere esalazioni del palude vinte dalle opere agricole ed idrauliche risanatrici del suolo. Indi la devozione comunissima e i numerosi sacelli che sorgono nel contado al santo portatore di Cristo ; il quale nella fantasia popolare appartiene alla schiera di beati più specialmente destinati alla lotta perenne contro lo spirito delle tenebre, per- sonificato in Satana o nelle sue estrinsecazioni figurate e grot- tesche di serpente, di drago, di demonio alato, cornuto e caudato.
Alla dominazione etrusca è senza dubbio principalmente do- vuto se le terre di Lombardia furono strappate alla malsanie prodotta dalle libere acque. Basta, del resto, ricordare le antiche
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Storie d' Italia per determinare che un grande fattore di civiltà morale e materiale d'allora fu la cura suprema cui gli etruschi ponevano nella redenzione del suolo che — per diritto di guerra e per immediata occupazione — cadeva in loro potestà.
Sedici secoli avanti Cristo un regno etrusco era vigorosamente costituito fra l' Alpi , l' Appennino e l' Adriatico ; e così per na- turale accessione vi si andavano aggregando anche le plaghe del restante d' Italia. Per tal modo anche la nostra regione era dipendenza etrusca, e di questa condizione grandemente avvan- taggiò, perchè la signoria di quella gente forte, civile ed esperta illuminò per lunga serie di secoli la intiera penisola. La stessa Roma e l'agreste Lazio, prima di giungere alla soppressione di quell'antico popolo, ne trassero e fecero proprii il buon gusto per le arti, il sano spirito delle leggi, le scuole delle insigni ma- nifatture, la cura delle armi, il regime delle acque, lo sviluppo dell' agricoltura.
Infatti Eraclio, Varrone, Virgilio, Plinio, Macrobio ed altri sono buoni testi della eccellenza etrusca nelle agrarie discipline. Fu dagli etruschi che Roma trasse la costituzione del collegio degli arvali ; una vera liturgia era stabilita a festeggiare e messi e vendemmie, e vi avevano grande parte i riti onoranti gli ani- mali, considerati collaboratori dell' uomo nell' industria dei campi ; gravissime le sanzioni penali contro i distruttori delle colture e delle piante; furono gli etruschi gli introduttori dell'aratro, o — per dir meglio — del semplice tronco d' olmo curvato in guisa da sommovere e solcare il terreno ; la viticoltura , l' enologia , specialmente in Toscana; l'allevamento del bestiame, specie sulle sponde del Po ; tutte insomma le espressioni razionali della esistenza agricola cospiravano a far potente quel popolo eh' ebbe r onore di dare il proprio nome ad una indimenticabile civiltà.
Nella zona che ci appartiene questa civiltà è un fatto incon- troverso e fortunato ; e si spiega così come fra noi siano state numerose le scoperte di etrusche memorie.
I nostri musei sono repleti dei prodotti ceramici; parecchi sono gli autentici sepolcri e gì' istromenti belligeri etruschi qui rinvenuti, e che vengono tuttavia alla luce nei movimenti del sottosuolo. Vi hanno armi di rame e di bronzo, testimoni di quella età alla quale era ancora ignota la lavorazione del ferro.
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Pra gli altri citiamo dieci coltelli-ascie o phaalstap in bronzo, ►e due pregiati torques in bronzo ben conservati, rinvenuti sul Lodigiano; e una lunga spada dell'età del bronzo, ultimo pe- riodo , trovata in terreno delle circostanze di Codogno
Nè è a dimenticarsi in questo sommario cenno la tomba verosi- milmente etrusca — e non romana come opina Lorenzo Monti — di Cascina de' Passerini, della quale si parla nel libro dei batte- simi di quella parodila (24 luglio 1661). Nel luogo di San Giacomo Giovan Battista Tensini , aprendo un fossato, trovò una costru- zione in larghi e lunghi quadrelli di pietra, con un coperchio a piramide , e contenente i residui d' un cadavere , col cranio e colla estremità dei piedi. La lunghezza del deposito attestava col tracciamento della massa cineraria come la statura dell'uomo ivi interrato dovesse esser stata molto alta.
Stettero gli etruschi signori del paese nostro fino al giorno in cui, venuti i galli d' oltr' Alpe (circa 600 prima dell'era vol- gare), poser qui prima le loro tende, poi la stabile dimora, e finalmente dell' Insubria costituirono saldamente il loro dominio cisalpino.
E certo furon presi , oltre che dal resto , dalla feracità del suolo, il quale — al dir di Polibio — era tutto un florido giardino, dove — narra Plinio il vecchio — avevano acclimato e fatto pro- sperare l'albero candiota di quel pomo cydonio che diventò suc- cessivamente una caratteristica delle nostre terre ed oggi è presso che scomparso.
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO, ECC.
NOTE AL CAPO 1.
^ Cesare Vignati - Codice laudense. ^ Pietro Rotondi - GP insubri. ^ Pietro Verri - Storia di Milano. ^ Defendente Lodi - Discorsi. ,
^ Relazione del 1609 del visitatore generale sulla città di Lodi, raffron- tata collo stato del 1635.
^ Giovanni Seregni - La popolazione agricola della Lombardia nella età arbarica.
' Carlo Cattaneo - Discorso suW agro cremasco e lodigiano. ^ Carlo Sigonio - De regtio italico.
^ Giovanni Battista Barattieri - Architettura delle acque. Defendente 'Lotii - Manoscritto sulle chiese lodigiane. Guido Terrario - Lettere lombarde^
Il Ferrarlo collocò pure nella villa dei gesuiti al Paradiso questa epigrafe ::
H AEC LATE LOCA LACUS HABUIT COMMEATUSQUE FU IT NAVIUM USQUE IN GERUNDUM MARE.
" Ciò è espresso dalla epigrafe seguente, riportata da Francesco ArisF nella Cremona litterata, e letta secondo la interpetrazione più recente, che è quella di Vittorio Poggi :
MEFITI L. CAESIUS ASIATICUS VI. VIR. FLAVIALIS ARAM. ET. MENSA (s. Ili) DEDIT. L. D. D. D.
Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
Tutti questi oggetti dal bollettino della Consulta del museo archeo- logico di Milano (1892) furono registrati nel catalogo di vendita del museo- Ancona.
Lorenzo Monti - Almaiiacco codognese pel 1823.
CAPO IL
La causa dei vinti — I celti — L'invasione dei galli — Loro città — Le prime contese gallo-romane — I cisalpini — I riti religiosi.
darci altro criterio giuridico fuor che quello tirannico consa- crato nelle dodici tavole; per noi non ci fu altro insegnamento politico che l'apoteosi continua delle aquile di Quirino. Pre- occupati soltanto dal dispiegamento dei loro voli vittoriosi sopra tutti i popoli della terra, ci slam fatti adulti incensando la gloria, non curando il diritto, cantando la conquista, non os- servando la tirannide dei padri; e — come dal colle di Giove capitolino al di fuori di Roma e di romani non c' eran che bar- bari — così a noi si insegnò solamente la sapienza della vittoria. Ond'è che abbiamo conosciuto solo in quanto che furono vinte quelle stirpi e quelle nazioni su cui gli avoltoi dell' Aventina seppero, colla fortuna del sinistro volo, sprofondare il poderosa artiglio.
ULLA di più vero che noi italiani siamo ancora in parte le vittime del classico rigorismo. Ci crebbero fan- ciulli all' esclusivo romanesimo ; ci inebriarono coi gagliardi influssi della forza trionfale; non seppero
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Ma Oggi torna debitamente in auge il precetto dell'antico fi- losofo, riassunto dal celebre verso di Lucano :
Victrix caiLsa diis placidi, sed vieta Catoni; COSÌ che è venuta per la causa dei vinti l' ora della riparazione ; e — scosso il tarlato edificio dei vecchi convenzionalismi — non è più solamente il Campidoglio od il Foro che s' impongono, ma altresì il Tarpeo e Gaudio, cioè il rilievo delle genti disfatte; le quali pure stettero a fronte dell'onnipotente republica, ed, ora cartaginesi, ora galli, ora germani, e daci, e cimbri, e pan- noni, e sciti, seppero far impallidire e finalmente spegnere il raggio della stella romulea.
Nel momento storico della giustizia, in cui indistintamente si mostrano le torme qualificate barbariche dal senato e dal popolo dell' Urbe, occupano il loro posto anche i galli ; i quali più stret- tamente ci riguardano, perocché fu appunto da essi e per essi che la nostra regione trasse e conservò figura e personalità speciali.
La Gallia Cisalpina esercitò una parte di primo ordine nei fasti e nefasti del mondo latino ; e se la nostra mente di fan- ciulli fu soltanto preoccupata dalla leggenda gloriosa di Furio Camillo e della abbominata ferocia del brenno libripende, la nostra mente d'uomini dal di sotto della porpora guerriera dei quiriti così scruta la doppiezza disposata al tradimento, come ac- canto alla maestà dei pili romani non nega lo splendore eroico alle scuri sicabre.
Dal grande ceppo asiatico degli arii furono propagini i celti con altri popoli : e — famiglia della stirpe celta — comparvero i galli.
Costoro vennero a noi d' oltr' Alpi e in varie riprese, fuor so- spinti dalla patria loro — • presso a poco 1' attuale Francia — dalla pletora di popoli cui, non bastando il loro paese per vivere colle industrie dell'agricoltura e della pastorizia, era pur mestieri sconfinare dalle vecchie frontiere ; e, per via di traffici e di esplo- razioni commerciali, occupate prima, sormontate poi le coste al- pine del nostro versante occidentale, filtrarono nella gran valle •del Po. Una volta su questo ubertosissimo suolo, e bisognosi •d'orizzonte, e travolti dallo spirito conquistatore di guerra, di pochi si fecero innumerevoli, di manipoli turbe, di colonne eserciti.
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Subito vinta la tenue opposizione degli indigeni e degli etruschi, spezzati gli ostacoli, la falange si trasforma in colonia; e gli an- tichi galli piantano le loro aste nel molle terreno insubre, scla- mando nel sibilo gaelico 1' equivalente dell' « hic manebimus optime ! » .
Difficile, se non impossibile, è qualificare e descrivere l'inizio della dimora dei galli fra noi. Quali e quante città o borghi o casali dovettero ad essi la propria esistenza? quali sotto i galli le primordiali vicissitudini di questa regione che faceva capo ad un punto centrico fra l' Adda, il Ticino, ed il Po, dove oggi è Milano? quale la giusta etimologia del nome di questa metropoli?
Polibio, Livio, Strabone, ed una lunga schiera di sommi in- ducono e deducono pensieri ed opinioni diverse; ma chi non voglia vagare fra le nebbie di quei dì crepuscolari deve riferirsi direttamente all'epoca in cui Roma aveva il suo re in Tarquinio Prisco (593 prima dell'era volgare).
Ambigato, re dei bituringi — compresi fra Garonna, Senna e Marna — e dei principi maggiorenti in Gallia, cercò e trovò nel fatto, tanto antico quanto moderno, dell'emigrazione, di risolvere il problema economico e demografico ond' era il suo reame ra- dicalmente affetto. Belloveso e Sigoveso, nipoti suoi, a capo di una moltitudine di celto-galli, e più particolarmente di edui, ob- bedirono al comando del principe: Sigoveso incamminandosi al Reno, il fiume misterioso che faceva passo allo sterminato e fan- tastico paese delle foreste ; e Belloveso dirigendosi all' incontro delle Alpi, le cui punte scintillanti per ghiacci eterni davan senza dubbio a quella gente il miraggio di chi sa mai quale Eden al di là della bianca cintura. Così Sigoveso dileguò fra i cupi orizzonti della selva Ercinia, e Belloveso superò il Cenisio fino allora insu- perato, dilagando — umano, irresistibile torrente — nel sottoposto Piemonte. Ma lunga e lenta fu pel condottiero dei galli quella marcia in avanti : l' inverno lo arrestò sulle sponde del Rodano, e l'adoratore di Esus vide nella imminenza dell'algore la mano delle sue cruente divinità che gli vietavano l'accesso immediato alle ita- liche barriere.
Svernò sulle sponde del fiume; ma questa tappa forzata non infiacchì in ozii infecondi le sue milizie, comecché proprio in quel tempo vennero ad impetrare da lui sussidio ed alleanza i focesi
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— recenti fondatori di Marsiglia — cui fieramente molestavano i liguri' dell' alpe Marittima. E il fiero gallo disfece i liguri e li risospinse ai poggi nativi ; poi — colto il buon momento della mitigata stagione — salì 1' Alpi e le varcò, primo nella breve serie dei condottieri cui furon noti quegli orridi passi.
Di lassù calò pei taurini, a detta di Tito Livio passando pei greppi dell'alpi Giulie, poiché ai tempi dello illustre storico Giulie eran nominate quelle che poi furon dette Cozie, e Giulie nominavansi perchè poco prima avevale passate Giulio Cesare. Invano liguri ed umbri tentarono far testa: disordinati com'erano non li seppero resistere; e quando i galli da una parte e gli umbro-etruschi dall'altra vennero a tenzone presso il Ticino, Belloveso, scagliando i suoi militi giganteschi sugli astati nemici, li separò, li battè, li disfece; varcò il fiume e in quella palude già risanata rimase.
Allora i galli rizzarono i loro tugurii, specialmente fra Lambra e Olona, dove più floridi abbondavano i viridi paschi, dove più annosi s' elevavano i querceti, dove fece presa e legò il germe della futura Milano.
Venuti agricoltori e pastori fra agricoltori e pastori, la sim- patica assimetria degli uomini e dei luoghi esotici ed indigeni produsse celeri efletti. S' aggiunga che — al dir di Polibio — fra i vecchi e i nuovi abitatori permaneva il residuo degli etruschi, i quali continuavano ad esercitarvi l'arti belle, sopraeccellendo nei ricami, negli intagli, nella lavorazione delle armi, dei sai, delle auree collane, tutti oggetti di cui la guerresca gloriola galla amava esornarsi, pur rispettando la rozza semplicità delle brache nazionali, caratteristica questa che fissò una esatta e storica de- limitazione fra i venuti d' oltr' Alpi e tutte le famiglie italiche.
A poco a poco la conquista gallica avanzò e s'allargò. Nucleo maggiore gli insubri, che vivevano fra la Sesia, l'Adda, le Alpi e il Po; poi i cenomani, che tennero il paese fino all'Adige e fino ai veneti, discesi costoro da altra prosapia, la più antica d'I- talia; prossimi al Po e successivamente sulla sua destra, quei galli furono boi ; a mezzodì lungo 1' Adriatico furono senoni ; i galli orobi infine furon gli abitanti del Bergamasco e del Lario,
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Questa, in embrione, è la precipua divisione per provincie della regione nominata dai romani Gallia Cisalpina per isceve- rarla dalla Transalpina. La Cisalpina dal Po che la separava fu distinta in Transpadana e Cispadana, questa poi detta Togata , come quella che, più presso a Roma, ne imparò le costumanze e ne ebbe con altri diritti altresì quello di vestire la toga. E fu di fronte ai vergini entusiasmi ed alle selvaggie energie dei galli cisalpini che mano mano cedette e scomparve la razza indigena, in guisa che ne venne una varia eterogenia per cui qui ebbesi la commistione di elementi vecchi e nuovi. Gli antichi ruderi pelasgici s' eran venuti modificando al laminatoio delle razze che si succedono e si sovrappongono, soverchiando l'elemento gallo con variegature di cenomani verso l' Adda.
La guerra in permanenza, se per un lato era prova di ine- sauribile coraggio dei nuovi venuti, era per l'altro flagello cru- dele e rovina irremediabile alla ricchezza regionale ; e siccome su tutte le altre tribù la insubre era la più battagliera, così l' In- subria appunto fu la più devastata, manomessa ed inselvatichita. I campi imboscarono ; cospicue città distrutte cessero luogo a capanne; sparvero i sacri pomerii che la teosofìa etrusca al lembo degli oppidi inalzava ai genii protettori; da capo le acque disal- vearono impaludando; minaccioso avvenire di cui solo parzial- mente i nuovi signori si interessavano, poiché loro bastava bastassero all'armento il pascolo e ad essi i prodotti carnei del- l'armento, essenziali a rafforzarli in una vita di pugna perenne.
Se non che in quel popolo da preda l'istinto della propria conservazione non poteva assolutamente tacere, giovato com' era dall'aspetto di un suolo le cui promesse erano irresistibili. Il perchè qualche seme essi indussero nei solchi e ne videro im- mediati i frutti; e — nota il Rotondi — « se non deposero che più tardi le armi del ladrone, per lo meno le alternarono cogli strumenti dell'agricoltura». E subito sentirono quello stesso e grande amore per la terra che attraversò inalterabile le migliaia d'anni, e che specialmente in Francia — lo canta Chateaubriand e lo dimostra Zola nella Terre — sta più che altro come una religione, meglio sentita in quelle provincie le quali meno corri- spondono alle fatiche dell'uomo.
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
.. * .
Vuoisi secondo Filippo Cluverio* e Lodovico Antonio
Muratori — che fra le nuove città fondate dai galli sorgessero progressivamente Latts, Maguntiacum, Quadrata Padam, Forum Diuguntorum, Doimis Rubea, Acerra, ecc. Non ci sembra però opportuno illustrare nome per nome queste città contemporanee alla potenza dei galli.
E risaputo, infatti, Laus significare Lodi Vecchio, e Magun- tiacum Monza. Non s'ignora che Quadrata Padam vuoisi sorgesse all'antico confluente del Lambro — ■ dove cioè fu poi l'ora scom- parso Noceto , o dove è il Castellaro di Corte Sant' Andrea
— e fosse distinta coli' aggiunto di Padam da Quadrata MzmuSy posta a Quadratum, nei pressi di Port' Albera e S. Cipriano Po ^. Domus Rubea (Cà Rossa) dalla sponda lombarda del Po guar- dava dov' è ora Piacenza.
Ma le cose non corron più così liscie se si parli di Forum Diuguntorum e di Acerra.
Quanto al primo vien posto da Tolomeo fra Bergamo e Brescia ^; il Fino lo vuole a Fornovo presso Caravaggio Plinio, 1' Alberti, il Ferrari, il Cavitello, dove ora è Crema; il Ruscelli ed altri dov'è Pizzighettone.
Plutarco enuncia esplicitamente che Acei^ra sorgeva al di sopra del Po ^ ; esaminando la tavola peutingeriana ^ si vede Acerra equidistante da Piacenza e da Cremona sulla riva destra del- l' Adda ; il Merula la fa presso Cerro, nella contea di Castel- seprio ; il Muratori afferma Acerra già esistente là dove oggi si incurva sul fiume Gera di Pizzighettone, ed il Boudrand lo con- ferma Gentile Pagani porrebbe Acerra in prossimità di San Co- lombano, verso r attuale Costa Regina ^.
Quanto a noi — poco persuasi delle volate etimologiche del buon Gabbiano ^ , che deduce Acerra dagli spessi cerri del luogo
— ci onoriamo di condividere l' opinione del principe fra gli annalisti d' Italia, anche perchè dalla positura emerge come e perchè quel contrafforte sia sempre stato, traverso le età, un punto preferito dalla strategica per le offese e per le difese.
E valga qui il semplice ricordo che, in una delle innumerevoli contese gallo-romane, l' esercito consolare, passata l' Adda, s' ac- campa ad Acerra. I galli, per isnidarlo, passano il Po, e, gitta-
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tisi sul territorio degli anamani — amici di Roma — vi assediano Clastidium (Casteggio). Allora Marcello console muove da Acerra alla riscossa della terra assediata ; i galli gli vanno incontro ; ma la cavalleria republicana li travolge con sì terribile assalto che, dopo un' eroica resistenza, sono i galli sterminati. Alcuni tentano riparare verso Milano — secondo Polibio e Plutarco la maggiore delle loro città — e vi pervengono. Ma Gneo Cornelio Sci- pione, l'altro console, li cinge d'assedio. I rinchiusi vi si ten- gono inerti, ed i romani, pensando non doverne aver più tema, nè potendo prender Milano d' assalto, subito dopo levano il campo, impazienti di tornare ad Acerra che dicevasi rigurgitante di tesori. I galli sbucan fuori e, precipitando sulla retroguardia romana, ne fanno eccidio. Si riaccende la pugna; i galli tengon fermo ; ma le armi di Roma hanno il sopravvento. I nemici fug- gono ai monti ; Cornelio li insegue, la spada alle reni ; devasta il paese, e, reduce a Milano, colle forze di Marcello aggiunte alle sue, la assale e la prende.
Prima di entrare nell' epico periodo delle lotte secolari tra Lazio ed Insubria, ci par necessario qualche tratteggio dei vin- citori degli antichi etruschi.
Poche ma fedeli pennellate, tolte dalla tavolozza di Polibio, appunto perchè greco e non romano , e non infatuato dell' or- goglio dei vincitori, i quali , e non sempre, facevano ai vinti la elemosina di una povera menzione ; di Polibio, il quale può ben dirsi in argomento un «artista dal vero», perocché egli fu presente ai grandi avvenimenti guerreschi , allom che la ferrea mano di Roma non aveva ancora potuto sopprimere le memorie e le consuetudini dei galli , mentre già aveva disteso in gran parte del mondo lo scettro della più proterva violenza.
Non è un adagio contemporaneo al rinascimento il lacrimevole « finis Galliae ! » che nei tormentosi silenzii della prigionia in Pizzighettone andava ripetendo il reale vinto di Pavia. Esso trova la sua vera origine nel grande martirio subito dai galli in conseguenza delle conquiste romane.
Ma lo sguardo che volgiamo ai costumi dei cisalpini si rife- risce naturalmente al periodo che precedette la loro servitù ;
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quando essi avevano 1' individualità della vita e mantenevansi al di qua delle Alpi nella indipendenza propria alla loro patria d' origine.
Rozzezza e semplicità, questi i capisaldi della figura morale dei galli ; coraggio temerario ed impeto da leggenda , caratteri dei quali fa testimonianza veramente splendida quel Caio Giulio Cesare di cui Pietro Giordani scrisse eh' egli riassumeva in tre verbi al passato la guerra gallica , perchè se i suoi rapporti militari fossero stati raccomandati alla cera delle tavolette, Roma stessa avrebbe dovuto piangere sulla strage dei suoi e sulla sventura d' un popolo che combatteva e moriva per la propria indipendenza.
Venuti fra noi fieri e rubesti , lasciaron mano mano le aspre scaglie natie ; e facevan così a fidanza col proprio valore , che nè meno agli sferici lor casolari in vimini ed argilla ponevano murali presidii. Il vecchio Catone diceva amare i galli ardente- mente due cose : la guerra e il parlare arguto. Smentivano la futura e funesta dottrina di Malthus , imperocché straordinaria- mente moltiplicavansi , sorgendo così tra noi un popolo novo cui sorridevan tutti i fisici vantaggi: alti, membruti, di capei rosso, la barba folta ed irsuta, lunga la chioma respinta in ad- dietro, maschiamente fiero l'aspetto. Coprivan le gambe di un in- dumento di pelli caprine, cui dal patrio celto chiamavano brache; breve, aperta davanti la tunica in lana ; a colori vivaci il man- tello , quale preferiscono anche oggidì i celti delle montagne di Scozia.
Bestiame ed oro avevan per loro ricchezza, solitamente preda guerresca, di pronta e facile trasformazione. Solevano non ma- turare a lungo le imprese. Animosissimi all'inizio della lotta, non reggevano a lunghe incertezze, e molto meno ad esito si- nistro, delineando così quella proverbiale « furia francese » che a distanza di millennii è tuttora la caratteristica belligera dei loro discendenti. Dai disastri con energia di sentimento si rial- zavano tosto, eccitati a battaglia dai barditi nazionali ; e quando sonava l' ora del supremo pericolo, traevan fuori gli aurati sten- dardi chiamati « immobili » per antonomasia strategica, ed in- torno vi si raccoglievano parati così al trionfo come al sacrificio.
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Combattevano in ordine sparso, ed infesti riescivano ai romani gli eroici sforzi dei soldurii, cioè la coppia indivisibile dei guer- rieri, che simultaneamente pugnavano l'uno sulle groppe e l'altro aggrappato alla criniera del cavallo. Più ancora temevano i ne- mici r impeto irresistibile delle essede , o carri armati che i galli — al par dei lidii e degli cileni primitivi — solevan porre alle ali dell' esercito , per produrre nelle masse nemiche eccidii inauditi, ad opera dei sagittarii e dei falciatori in piedi sull'orlo del plaustro; e formidabili alleati dei galli erano i cani da guerra, irto il collo di chiodi pungenti, ed educati alla caccia dell'uomo.
Nel furor della lotta i cisalpini abbandonavano le corazze, che eran dorate come i loro elmetti e i cercini e le armille onde s'ornavano; assalivano con im.nenso frastuono, ed al clangor delle trombe ed allo strepito dei corni facevano eco con urla e bramiti ; squassavano le armi e percotevan gli scudi ; levate le spade, colpivano a fondo, accompagnando l'itto collo slancio del corpo; subivano 1' ebrezza dell' ira, e — spaventevoli trofei — appendevano pe' capelli alla criniera dei palafreni le teste dei nemici interfetti, dei quali, se illustri, inchiodavano il cranio nelle case, per lasciarli spaventoso retaggio di valore ai posteri.
In pace avevan fama di ospiti e di leali , ma troppo spesso queste virtù soffocavano nel vino soverchio, di cui s' eran fatto una specie di nume ispiratore.
Domesticamente la loro costituzione rassomigliava a quella dei clan scozzesi: Serva la plebe, ma schiavi soloM prigionieri di guerra ; la giustizia amministrata dal maggiorente alla famiglia ed alla clientela sue, ond' egli come era supremo giudice era così anche , sacerdote ; più famiglie congiunte o vicine formavano la tribù, ed alle tribù preponevasi un principe, ma senza carat- tere di stabilità o di ereditarietà, perocché solo in contingenze guerresche sentiva quel libero popolo il bisogno d' un re.
Assai malagevole si presenta all'esame dello storico il quesito religioso dei galli cisalpini. Seguivano essi in questa loro patria d' adozione le nefande cerimonie dei sacrifici umani , onde nel mondo andò esecrata la fama del culto druidico? o invece — ancor fedeli alla lor prisca religione, più antica di quella Codogìw e il suo territorio, ecc. — /. 3
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druidica che fu importata — seguirono nei loro templi una più civile ed umana credenza, imbastardita dalla mitologia greca e scjta, acquisite nelle spedizioni dell'Eliade e dell'Asia Minore?
Incerte ed anche nettamente contradittorie sono le opinioni in proposito ; e per ben fondate congetture non reputano pa- recchi scrittori moderni che i cisalpini seguissero i riti crudeli dei loro connazionali d' oltr' Alpe.
Positivo è però che al tempo della conquista di Giulio Cesare nella Gallia Transalpina imperava — fortificata dall'ombre del mistero — la sede druidica, tanto più temuta dai proconsoli di Roma quanto più significava un vigoroso vincolo nazionale che stringeva i galli nel sacramento della propria indipendenza. Quei misteri di parvenza religiosa non eran che conventicole politiche di congiurati per debellare la fortuna degli invasori, qualche cosa, fra le medesime foreste, come un'antichissima Vandea, per quanto con differente intento.
Di fatti, quella che fu poi la Bretagna allora era l' Armorica ; quegli che furono all' epoca del terrore i sacelli cattolico-reali uficiati da sacerdoti non asse^mentés , erano stati prima la scena silvestre degli olocausti di sangue ad Esus, delle invocazioni alla luna, del sacro vischio mietuto e della falcinola recidente il ra- moscello della mistica quercia. Or sono cento anni echeggiava in quelle gole profonde il richiamo di Giovanni Chouan, che, imitando la civetta, avvertiva i « bianchi » della presenza degli « azzurri » ; ma oltre due mila anni prima in quelli stessi luoghi vibravano le onde sonore dello scudo d' Irminsul , che chiamava a raccolta, fra il canto dei bardi e l'arpeggio dei druidi, i guerrieri fedeli alle sacre memorie di Karnak ed alle eroiche rimembranze di Vittoria la « madre dei campi ».
Ma Roma non poteva nè doveva consentire che il culto effe- rato dei druidi perdurasse; e Cesare lo battè in breccia, e dopo lui il luogotenente di Roma, infino a che Claudio imperatore, vietando e sacrifici e cerimonie, soppresse e culto ed are.
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NOTE AL CAPO IL
* Filippo Cluverio - Introduzione alla Geografia universale. ^ Spruner Menke - Atlas antiquus.
^ Claudio Tolomeo - Geografia.
* Alamanno Fino - Prima seriana. ^ Plutarco - Vita di Marcello.
® La tavola detta peutingeriana fu eseguita sotto Teodosio il grande nel 393, e scoperta a Spira nel 1500 da Corrado Peutinger.
' Neil' aggiunta fatta da Michel Angelo Boudrand al Lessico geografico di Filippo Ferrari (morto nel 1626) leggonsi intorno al forte di Gera le linee seguenti : « Acherrcs seu Acerrcs, hodie est Ghierra castrum du- catus mediolanensis ad coujliienteni Scrii in Abduam 2 mill. a Piceleone , et 12 a Cremona ». Come giustamente osserva Lorenzo Monti, non si comprende l'errore incorso della distanza di due miglia fra Pizzighettone e Gera, che sono attigui non avendo di mezzo che il corso dell'Adda.
* Alessandro Riccardi - Le località e terrìtorj di S. Colombano al Lambro.
" Iacopo Gabbiano - Laudiade.
CAPO III.
La riscossa gallica — Le colonie romane al Po — Etimologie fantastiche — Aurelio Cotta — La seconda guerra punica — Nuovi conflitti gallo-romani — La Gallia Cisalpina provincia romana.
precedenti trionfi e le successive disfatte dei cisalpini trovano lor posto nella storia generale d' Italia. Per noi è sufficiente ricordare che gli assalitori del Cam- pidoglio, alla lor volta vinti da Camillo, non s'ac- quetarono alla lor sorte, e, con una costanza imperterrita movevano ai danni della città vittrice.
Fu quello il periodo in cui Roma stessa ebbe a tremare allo incessante avvicendarsi dei « tumulti » gallici ; e comprese che conveniva con un'azione pronta e vigorosa schiacciare il pervi- cace nemico.
Già la prima guerra punica era stata combattuta ; ma la re- publica aveva dovuto riprender l' armi perchè i boi tornavano contro essa alla riscossa, lor non piacendo la legge agraria proposta dal tribuno Flaminio , per la quale s' avevano a divi- dere fra i cittadini poveri di Roma le terre già prese mezzo secolo prima ai senoni. Costoro s' allearono infatti coi loro fini- timi insubri, lingoni e anamani, avendo seco da principio anche
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i cenomani ed i veneti ; i quali ultimi poi disdissero l' alleanza dei temuti vicini, mentre i cenomani, compri dall'oro quirite, minacciavano d' oltre Adda le ter^a dei cisalpini.
Nè questi si limitarono a sè stessi ; chè dalla madre Gallia fecer venir l' orda dei gesati , secondo V affermazione di Marcello ^uerreggianti per denaro ; ed i chiamati mercenari lasciarono le rive del Rodano discendendo ai danni di Roma; onde l'Urbe si credette perduta.
Ma l'antica virtù guerriera cresceva ancora agli allori nel bosco sacro del colle capitolino, e, in sè stessa fidando, levò un ^rido e vide alzare gli scudi in suo nome duecentomila italiani.
I galli varcano l' Appennino , sfilano oltre Arezzo , son giunti a Chiusi ; soltanto tre dì di marcia li separano dalla metropoli. E all'urto coi romani sorride loro la vittoria; ma poi, presso Talamone, sono dal console Regolo sbaragliati e quasi distrutti; cosi che, incalzati dal console Emilio, i liguri veggono le aquile romane far nido sui patri colli, ed assalire in casa loro i cisal- pini, i quali in vista delle legioni romane — già passate alla sinistra del Po coi consoli Publio Furio e Caio Flaminio — alla foce dell'Adda le molestano e le obbligano a sgombrare. Si rin- novano assalti e combattimenti accaniti, che finiscono colla peggio degli insubri , e che li portano con varia vicenda ad Acerra prima, a Casteggio poi, e infine a Milano, posta a ferro e a fuoco, condottieri dei romani essendo i nuovi consoli Marco Marcello e Caio Scipione (222 avanti Cristo).
Roma, che aveva la scienza delle vittorie, non difettava di quella che insegna della vittoria 1' usufrutto ; e per ciò, una volta fiaccata la potenza galla, provvide a perpetuare la propria con- quista, fondando colonie a sicurezza del proprio esercito ed a rintuzzare gii assalti eventuali dei domati cisalpini.
Ai confini degli insubri e dei cenomani — costoro sempre sospetti come amici precarii — vennero dedotte in colonia Pia- cenza e Cremona, che furon popolate da cittadini di Roma. Per tal modo si vennero stabilendo due propagini latine, e fra l'una e l'altra vuoisi sorgessero nel territorio paghi- e casali (225-218 avanti Cristo).
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È naturale che — trattandosi di questi primordii — la favola veli la storia, e che quindi anche gli ingegni più eletti abbiana dovuto fare i conti con essa. Ecco perchè — negligendo pa- recchie etimologie di luoghi — ne accenniamo solo alcune.
Quella di Guardamiglio verrebbe riassunta dalV ardor ^miliir il console romano che vi avrebbe fatto gallica clade; Maleo, sarebbe fondato da Tito Maleolo, e San Fiorano da Gneo Fio— ranio, generale romano, e la scomparsa Minuta (forse l'odierno Berghente) da Caio Minuzio ; Casale pistorium (Casalpuster— lengo) deriverebbe dai forni fattivi costrurre dai consoli Cornelia Scipione e Tiberio Sempronio , accampati sul Trebbia contro Annibale ^ ; Bucinatores (Busnadori) dai trombettieri romani ad- detti al castro; e infine ecco l'etimologia di Cottoneum (Codogno),, cui Pier Maria Campi ^ — camminando sulle orme di Tito Omusia Tinca ^, esimio coniator di fiabe — afferma così chiamato dal console Aurelio Cotta.
A questo console sarebbe appartenuto il podere da lui detta ager cottonianmn, sul quale — a 45*^ 9' 30" di latitudine e 2® 45' di longitudine, secondo il meridiano romano di Monte Mario — s'elevò Cottoneum.
Di Codogno , però , scrive Pier Francesco Goldaniga ^ — gio- vato da Tito Livio — che il console Cotta pugnasse contro i galli insubri fra l'Adda e il Po, e che su quel campo di batta- glia costruisse o rifacesse Codogno ; quantunque il diligente francescano codognese aggiunga non esser cosa facile l' accertare come si denominasse primieramente il luogo « perchè delevunf tempora nomen ». Altri dicono che Cottoneum il console romano nominasse non dal proprio nome ma dalla lussureggiante vege- tazione del pomo cydonio\ ed il somasco Lorenzo Lunghi dedica una laude in distici latini al geografo e giurisprudente Ferrari, ribadendone l' opinione sulla geneologia di Codogno : fondata cioè da Cotta belligerante contro i cartaginesi « allora che Roma vincitrice mandò i coloni pressa il Trebbia, due secoli prima che la Vergine esibisse alla luce del mondo un Dio ».
L'accorto lettore sentirà con noi la compiacenza di trovarsi in questo punto « fuor dell'onda perigliosa » di un passato ir-
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remeabile, e guaterà dalla sponda il triste passo, sebbene altre bracciate di mare crudele abbia ancora da attraversare questa cimba modesta, costretta a percorrere senza vela il corso dei secoli ciechi.
Ma egli non vorrà fare a noi gran colpa se ci è indispensa- bile trattenerlo nei regni della fantasia, poiché noi non abbiamo la libertà della scelta, e d'altronde non è da spregiarsi nè meno la leggenda. Esaminare, infatti, quanto sia di umano nella storia
— pur isfrondandola dei miti fabbricatile intorno dalle fantasiose menti di cronisti poco scrupolosi — ma conoscere anzi V intima natura, lo spirito di codeste finzioni, è utile studio per quanti hanno elevato concetto della storia, come rivelatrice e maestra di civiltà.
Facendo, pertanto, le debite proporzioni alla credibilità degli storici, esponiamo quanto alla fondazione di Codogno una data antecedente al 228 avanti Cristo, secondo Lorenzo Monti ^, e l'anno 218 secondo il Ferrari sopra citato; quantunque questi la determini dalla battaglia del Trebbia col somasco versifabro, il quale qualifica pure di vincitrice Roma, mentre è risaputo il contrario. Ad ogni modo la data in questione si incarna senza dubbio nello svolgimento della seconda guerra punica.
Con un esercito vittorioso nelle Spagne, Annibale, duce su- premo, procedeva verso Italia, e Roma sentiva l' estrema necessità di indurre i galli cisalpini, testé disfatti, a negargli il passo. Essi , invece , non respinsero le sollecitazioni d' Annibale ; anzi
— dicono alcuni — gli mandarono inviati, promettendo d' aiu- tarlo, offrendosi d'essergli guida nell'arduo passo dell'Alpi.
Già, del resto, Annibale s'era accattivati i galli del versante settentrionale de' Pirenei, con un trattato assai strano, pel quale si conveniva che qualsiasi querela fosse sorta tra cartaginesi ed in- digeni sarebbe stata risolta per arbitrio delle donne galle ^. Così l'esercito cartaginese, rapidamente anticipando sulle accorrenti legioni di Roma, si ebbe libera la via, e — tragittati Rodano e Durenza — s' incamminò all' Alpi. Per la Savoia discese in Italia ; ma nella valle del Po non rinvenne nei cisalpini l' accoglienza sperata, poiché, se i galli non s'acquetavano alla potenza qui- rite, nè meno piegavano alle violenze dei nuovi invasori.
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Pure, alla battaglia del Trebbia numerosissimi galli erano schie- rati neir esercito punico, raggiunti anche dai loro connazionali disertori dalle vinte coorti romane, sicché Annibale vedeva splender per sè la fortuna dell'armi, e la sua magnifica caval- leria numida scorrazzava fulminatrice nei ricchi pascoli di questa nostra campagna padana.
Annibale seguì sua sorte; e per lunghi anni fra lui e Roma si svolse la grandiosa tenzone il cui epilogo sanguinoso ebbe nome dalla battaglia di Zama (202) onde Cartagine fu terribil- mente fiaccata.
Non si creda, però, che il vario contegno dei cisalpini — ora fa- voreggianti Roma ora Cartagine — trovasse sua causa in ragioni d'interesse o d'opportunità. Fu invece la fiera indipendenza della loro indole che informò quell'atteggiamento, perchè altri- menti non si saprebbero spiegare molti avvenimenti, tra i quali la sollevazione della Gallia Cisalpina, capeggiata da un Amilcare cartaginese (200) allorché Roma — dopo 1' apoteosi di Scipione — poteva colla sua forza di trionfatrice schiacciare ogni insurre- zione; così come la schiacciò di fatto a mezzo di Lucio Furio pretore, riconquistante Cremona, dopo il sacco e la distruzione di Piacenza.
Non per questo i guai ebbero fine; ché anzi continuarono più che mai implacabili e sanguinosi, e con esito vario, i fatti d'arme tra galli e romani, al Po ed all'Adda (193 a 190).
A questo proposito Polibio — contemporaneo di quelle gesta — scrive : « Dopo .... creati consoli Publio Furio e Caio Flaminio, tosto condussero di nuovo nel territorio insubre le legioni, non lungi da quel luogo in cui l'Adda ha foce nel Po ».
Ma possiamo noi credere che questo luogo fosse il nostro Castelnuovo? Alcuni cronisti e storici cremonesi — come il Bordigallo, il Bresciani, il Romani , il Tiraboschi^, riferiscono che l'Adda, nei tempi remoti scorreva in Cremona; e notano che solo nell'anno 11 00, per le dirotte pioggie, cominciò l'Adda a metter foce nel Po , presso Castelnuovo. Il Manini , invece , dissente dai citati autori ^.
Il conflitto gallo -romano ebbe termine nel giorno in cui — anche per la sleale cooperazione dei cenomani , traditori de'
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loro fratelli — Roma potè sopprimere quei nemici, che per quat- trocento anni l' avevano così orgogliosamente fronteggiata da ob- bligare il popolo-Marte a statuire fin dal tempo dei primi «brenni» un £ss ptiblicum speciale, destinato a reprimere i gallici «tumulti»; tanto che questo tesoro rimase intangibile perfino nelle ore su- preme di Roma, quando essa era alle prese con Pirro vittorioso, e quando vestiva a corruccio in cospetto di Annibale a porta Collina. Solo Cesare reputò sè stesso degno di disporre di quel- r erario, dopo che, conquistate le Gallie totalmente (59-50), sclamò :
— Io ho .svincolato Roma dal suo giuramento, poiché i galli più non esistono !
Fu probabilmente Gneo Pompeo Strabone colui che diede alla Gallia Cisalpina il sistema di romana provincia retta dal pro- console (89 avanti Cristo) ; e Roma ai caduti nelle sue mani non isdegnò — per consiglio di Cesare — di porre la toga, ascrivendo quei suoi novelli cittadini alla tribù Popinia, che ec- celleva fra l'altre specie pel vanto dell'agricoltura. Che più? Cesare aveva voluto senatori parecchi cisalpini maggiorenti, onde corsero per le salaci bocche quiriti epigrammi sul mutare delle brache celte nel laticlavio
Dei rapporti civili ed amministrativi fra il governo della re- publica e la regione abbondano le prove. Sappiamo intanto che Milano, metropoli cisalpina, era da Roma tenuta in gran conto e distinta da diritti speciali, sebbene la reggessero magistrati romani. Di questi fu Marco Tullio Cicerone, che disse essere la Gallia « cospicua per virtù militare, costanza, serietà, fiore d'I- talia, fortezza di comando, e decoro alla dignità del popolo romano ».
Importanti arterie stradali erano già state costrutte ausu ro- mano, fra cui quella nominata dal console Emilio Lepido, la quale — da Rimini a Piacenza, da Piacenza a Milano, e da qui forse fino ad Aquileia per Acerra e Laus Pompeia — costituiva un cammino veramente regale fra l' Urbe e le estreme provincie italiche del settentrione.
Un fratello del grande arpinate , Quinto Tullio , fu mandato in missione al proconsole delle Gallie, in Lodi. Discordano
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gli storici suir anno preciso in cui il legato romano, luogote- nente di Cesare nelle Gallie, venne tra noi. Neil" archivio capi- tolare laudense — per opera del vescovo Gherardo Landriani — furono scoperti alcuni codici ciceroniani (1420), che sembrano colà trasferiti dallo stesso Quinto Tullio Cicerone; il quale — secondo Defendente Lodi — sarebbe venuto in Lodi il 5 giugno dell'anno 54 avanti Cristo; mentre altri suppone che quei ci- melii siano qui pervenuti con altre opere di Marco Tullio , a mezzo del legato suo Metello Celere, rappresentante di Marco Tullio stesso nella Cisalpina, affidatagli in governo, come abbiam detto.
La soggezione del territorio ai fati complessivi della republica romana viene confermata dal decreto di Ottaviano Augusto, pel quale — divisa l' Italia in undici provincie — la Gallia Cisalpina è appunto la nona (30 avanti Cristo).
Le sorti dell'impero ebbero la regione nostra a teatro di non umili vicende, e — secondo i più — presso lo scomparso luogo di Noceto venivano alle mani i soldati di Ottone, proclamato imperatore , e quelli di Vitellio , che dalle Gallie gli contendeva lo scettro (69 dopo Cristo). Cecina, duce vitelliano, vi sbara- gliava la fanteria ungara avversaria, e, trofeo della vittoria, traeva seco migliaia di prigioni , le cui schiere erano poi accresciute a Bedriaco, al di là della saccheggiata Cremona.
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NOTE AL CAPO III.
* Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza. ^ Pier Maria Campi - Storia ecclesiastica di Piacenza.
^ Tito Omusio Tinca è persona forse pure favoleggiata , come inventata dev'essere l'epoca in cui visse (50 avanti l'era volgare).
* Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne borgo di Codogno (1761), manoscritto presso l'egregio dott. Angelo Belloni di Codogno, la cui illuminata cortesia ci ha permesso esaminarlo.
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel i8iy, ® Plutarco - Della viriti delle donne.
' Giovanni Romani - DeW antico corso de' fiumi Po, Oglio e Adda.
^ Giovanni Carlo Tiraboschi - Famiglie cremonesi.
^ Lorenzo Manini - Memorie storiche di Cremona. Il Manini cita pure un Critico compeyidio tmiver sale storico degli avvenimenti più rimarcabili della città di Cremona , manoscritto posseduto dai Sommi Picenardi , nel quale trovasi una Tavola dell' antica città di Cremona e confini neW anno LXX di nostra salute. Questa tavola ha tracciata l' Adda scorrente alcune miglia a settentrione della città, e biforcantesi al suo termine, dirigendosi per una parte verso Sommo al Po , e per l' altra verso Casalmaggiore , poco lontano dall' Oglio. Aggiunge il Manini: « Sia o no tutto dal vero un tale disegno che pare molto antico , noi non osiamo pronunciare cosa alcuna ».
Teodoro Mommsen - Inscriptiones Gallice Cisalpine^ et LatincE. Cesare Cantù - Storia degli italiani.
CAPO IV.
Roma — La redenzione — Il cristianesimo nella Gallia Cisalpina — La chiesa laudense — Le persecuzioni — Il paganesimo rifiorente — Il culto a san Biagio.
stituito il diritto della forza ad ogni altro criterio di vita so- ciale. Roma era tutto, nulla il resto ; bastava 1' orgoglioso « civis romanus sum! » per usufruire d'ogni privilegio, per applicare qualsiasi tirannide nel governo e nella famiglia.
Tutto ciò era stato germe di fortuna sino a quando i costumi eransi mantenuti sobri, gli organismi sani, e le aspirazioni no- bili. Ma quando la molle civiltà, importata dalla Grecia e dal- l'Asia vinte, inquinò il rozzo ma retto tipo romuleo — per quanto efferato in certe sue esplicazioni — allora il quasi millenario edificio cominciò a sgretolarsi.
I vizii dell' universo , vestiti di porpora e d' oro , ebbero in Roma luogo di convegno : il sensualismo cosmopolita sottentrò al culto dei sommi dei indigeti, e non ci fu turpe religione la quale accanto al sacro bosco della vergine Vesta non erigesse
A vecchia società latina s'era disgregata in frammenti. Scomparsa l'antica virtù romana, che del semplice Lazio aveva fatto il padrone della terra, lo spirito di conquista e la gioia del potere supremo avevano so-
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il suo delubro. Così, riformato il cielo — per quanto la vita spirituale vi avesse un molto limitato elaterio — l' Urbe si af- frettò a costituirsi una riformata esistenza in terra.
La pletora della vecchia gloria finì per disamorare il popolo di Quirino del suo unico fasto; le scienze, le lettere, le arti furono acquisite come importazioni, in guisa che nelle case pa- trizie formicolavano, tra i piaggiatori e i buffoni, i pedanti in mantello greco, incaricati di porre in bocca ai padroni discorsi di sapore attico, e dei quali ci lasciò così magistrale dipintura il Voltaire dell'antichità ^ Così Roma uficiale vantavasi di copiar r Eliade, non accorgendosi che dandosi ad Atene dimenticava Sparta.
Le leggi delle dodici tavole — sebben crudeli pur monumento di sapienza — abbandonate. La scuola dell'armi irrisa e smessa, perocché ai giovani indossanti 1' augusticlavio, tramutati in cinedi, più valeva l' invalso costume imperiale di levare mercenarie milizie, fatte poi arbitre della fortuna quirite. Eran dileguati gli attriti irrequieti ma fecondi e generosi che un tempo — fra patrizi e plebei continuamente insorgendo — finivan di frequente per apparecchiare e rassodare il trionfo della republica. La plebe briaca di circensi cruenti e di elemosinati sesterzi; più su
— tetro anello di congiunzione — la vile clientela dei parassiti ; più in alto ancora l'ordine magnatizio, vivente smentita dell'umana dignità, e il senato, larva grottesca del perduto splendore, col- lettiva « mala bestia » curva alla greppia del console-cavallo Incitato; ed al vertice, sopra tutti, lo imperatore, indiantesi coi prefissi regolamentari di « divo , ottimo , massimo » ; oggi par- ricida, uxoricida, incestuoso; domani incendiario di Roma; il giorno appresso infame di Capri o avventore di Locusta o pro- tettor di Sciano; ora sfamatore di poeti misuranti la ispirazione al volume dell'offa, ora mascherato da Giove percorrente gli scorti ; ora improvvisato Cesare per elevazione sulle spalle dei pannoni di guardia; ed ora, infine, concludente la maestà impe- riale collo spirare sui gradini del recondito sacello dedicato alla iddia Cloacina.
Peggiore del disordine politico il sociale : o essere romani
— signori , padroni , autocrati — o servi. Peregrini , forestieri ,
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adveni costituivano tutta intera la schiera multiforme di personce, non di individui, e quindi con una assai limitata ombra di di- ritti; ma tutti altrettanti Laocoonti, avvinti dal colubro immane del fisco, or nominato Verre ed or Dolabella, continuo aspira- tore delle publiche e private ricchezze. La servitù, inesorabile istituto ed indivisibile dal consorzio dell' Urbe , dalle origini di questa al suo massimo rigoglio.
Ma, ancor più dello abbassamento politico e sociale, affettò e compì la dissoluzione romana la corruzione della donna. Le pa- gine di Tacito e di Svetonio — entrambi strenui combattenti contro i complici silenzi dell' età che fu loro — bastano per rievocare ai nostri sensi quelle muliebri tristizie.
La donna era degenerata nella femina fino ai più turpi mini- steri : Mistica vergine vestale, quasi visione di clemenza ultra- mondana, è invece essa che dal podio del circo invoca, pollice verso, la fine del reziario soccombente; e, quando non feroce, lasciva ; perfino sospetta d' incesto come Tulliola , perfino con- vinta come Giulia imperiale. Florida sposa, consacra ai numi dello scherno e delle nuge il casto ricordo di Lucrezia; e di- sertrice dal giusto talamo, in peplo e palla meretrici, corre not- turna dai rostri al ditterio, in caccia d' atletici amasi, per lasciar poi il giaciglio dell'orribile caupona « laxa non satiata ». Madre, spietata, pugnalatrice di schiave disattente nell'applicare uno stribio, mentre nell'agitato gineceo s'apparecchia alla acconciatura pel tri- clinio dove si offrirà, come Agrippina, al nato delle viscere sue
In alto, in basso, nell' infimo, così al palazzo dei Cesari come nella via Appia ed infine nella Suburra, una marea surmontante di corruttela, di cui ministre impudenti e sfacciate andavano in gara le donne di Roma, per esserne le eroine; e fra i re del- l'Africa, avvinti dietro il carro trionfale, il prode e sventurato Giugurta andava melanconicamente susurrando :
— Non meritava la Numidia di esser vinta da Roma, vinta a sua volta dalla donna !
* -
Maturava però 1' ora della riparazione. La luce nova non ap- pariva più un semplice sogno: al di là del Mediterraneo — nel-
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l'ag-onia della civiltà semitica — era la rivelazione quella che preparava la riforma del mondo.
In Grecia ed in Roma, per contrario, toccava alla filosofia ed alla letteratura formulare i vaticinii : Dionigi d' Alicarnasso — per non accennarne altri — giungeva, per esami comparati di testi € di saggi dell'Oriente, ad indicare imminente l'ora della re- denzione. Non eran mancate le illustrazioni del mistico oracolo della sibilla veggente il figliuol della Vergine; ed a Roma, nella elegante corte di Ottaviano Augusto — mentre sorrideva in tutta la sua luce pagana la mitologia seducente degli antichi poeti — Virgilio inneggiava
Sotto il velame delli versi strani
al « rinnovamento nel grand' ordine dei secoli ».
Ma nella reggia imperiale — tra il fascino di tutte le sedu- zioni della bellezza e dell' ingegno, in mezzo ad un popolo sen- suale che aveva smarrito nel generale cinismo la sentimentalità d'altri tempi e che più pesanti aveva le tazze convivali delle spade ^ — non poteva lasciare orma profonda la involuta profezia del gentile mantovano; troppo antichi, troppo venerandi e, si- multaneamente, troppo famigliari erano gli dei superi ed inferi di Roma — sette volte centenaria — perchè essa dovesse sacri- ficarli ad un nume che s' aspettava da qualche sapiente solitario sorgesse in un'oscura regione dell'Asia.
Eppure non intervenne un lungo periodo transitorio fra il crollo del prisco Olimpo e lo spuntare d'una religione dedicata al culto della verità. E — questa parlando alle anime, e sull'al- tare sostituendo la pace alla violenza, la fratellanza al privilegio — così il mondo trasalì al palpito misterioso che si sprigionava dalla imminente rinnovazione umana ; la fede nazarena giungeva come una grande vendetta fatta d'amore per gli umili, pei re- ietti ; r infinito esercito degli infelici veniva rialzato all' egua- glianza dei diritti , di guisa che poscia — come la croce del Moria simboleggiò il martirio terreno — così il cielo, spalancato quale premio ai buoni, riaccese appassionatamente l'anima delle nuove generazioni, ricondotte dalla « buona novella » alla spi- rituale filosofia di Platone, riassunta nella frase oraziana;
— Non omnis moriar !
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Fatta così la sintesi del sorto cristianesimo — e senza accom- pagnarne passo passo lo estendersi cruento ma trionfale — è mestieri lumeggiare, come e fin dove si può, il suo arrivo ed il suo instituto fra noi.
E naturale che ci tocca in questo argomento abbandonarci alla tradizione, perocché in fatto di storici monumenti riferibili a uomini, a luoghi e a date occorre arrestarci alla testimonianza degli scrittori. Indubbiamente il compito riescirebbe più oneroso e malagevole se questo nostro racconto si informasse partico- larmente a carattere ecclesiastico ; ma ciò non essendo , ci par sufficiente attenerci ad una semplice e rapida narrazione, prescin- dendo dalle discussioni involute e dalle polemiche ardenti che sulla fondazione del cristianesimo nella Gallia Cisalpina da secoli sorsero, durarono secoli, e nè pure oggi si possono dire spente.
Si vuol , dunque, propagatore del cristianesimo nell' Italia su- periore, e fondatore della chiesa milanese, l' apostolo Barnaba di Cipro, levita. Gli annalisti — in maggioranza concordi — gli af- fermano compagni Anatalone e Caio, greco il primo, patrizio romano l'altro; e l'epoca più comunemente attribuita alla sua comparsa sarebbe l'anno 43. Una minoranza di storici estende il periodo in cui Barnaba apparve in Milano dal 41 al 51 ; certa essendo, però, sullo scorcio della prima metà del secolo I la comparsa, ad opera di Barnaba, della chiesa metropolitana nella Gallia Cisalpina.
Non è possibile determinare con sicurezza l' itinerario seguito da Barnaba per città e per castella a predicare la fede ; però Francesco Scoto, Gaspare Trissino, Pietro Galesino, Defendente Lodi, Giovan Battista Villanova, Camillo Beonio e Pietro An-, tonio Maldotti sostengono unanimi che l'apostolo Barnaba, con- dottosi in Lodi, la ridusse cristiana ^.
Così nella chiesa metropolita milanese si costituiva la laudense,. della quale si ritiene nel martirologio fosse primo a cingere l'infula episcopale un Malusio, poi martire a Colonia e santo; non volendosi accogliere la leggenda che fu protovescovo un Giacomo, discepolo di san Giacomo minore (69). E se quelle che riguardano Malusio sono date genuine — non potendosi, del resto , troppo leggermente repudiare — si osservi che , mentre
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fin dal 54 Sabino romano reggeva, primo antistite, Cremona, e nel 69 fioriva per nome e santità Siro, primo vescovo di Pavia, soltanto nel 237 si sostiene occupata la catedra di Lodi.
Il Porro afferma però che l' apostolato di Siro non si limitò al territorio ticinese, poiché — appoggiandosi e ad un padre Alberto, ed al Sigonio, ed al Merula — fa trascorrere in missione il vescovo pavese attraverso il nostro territorio, e a Brescia e a Cremona, quivi cordialmente ricevuto dal vescovo Sabino; e lo riconduce fra noi per la strada di Soresina, Pizzighettone, Ca- stione , Turano , fino alle terre lambite dal Lambro.
Riteniamo col Robolotti * essere i primi dodici nomi del- l' elenco dei vescovi cremonesi , più di propagatori e ministri dell' evangelio che di veri e stabili antistiti ; così come sia ac- caduto per gli altri luoghi maggiori. A Cremona ed a Pavia, quindi. Sabino e Siro non tanto per la condizione gerarchica loro fatta , quanto per le loro doti personali siano stati dichiarati nella coscienza del popolo titolari delle chiese rispettive, qualità probabilmente non così eminenti nello zelatore principale della chiesa laudeiise, la quale dovette aspettare Malusio per affer- marsi con dignità propria.
Come da per tutto , anche qui la chiesa nei suoi primissimi secoli passò attraverso il martirio ; ed è lunga la serie di coloro che si sacrificarono confessando la fede col sangue. Malusio stesso fu ucciso a Colonia; ed un suo successore — che si dice un Antonio, ma di cui con certezza non si conosce il nome — cadde vittima della propria religione allora che, infierendo la decima persecuzione di Massimiano Erculeo e di Diocleziano , Marciano, governatore imperiale di Lodi, fece incendiare la ca- tedrale, dove vescovo, clero e molti fedeli stavano rinchiusi (303).
Il territorio nostro seguì certo le fasi della militante chiesa lodigiana. Come vi furono intrepidi seguaci di Cristo che, of- frendo ai ceppi le mani inermi e il petto nudo alle lancie, affermarono il culto novello , così altri , atterriti dalle atroci persecuzioni, tornarono agli idoli antichi.
Di questo fa fede la tradizione — riprodotta da Bonifacio Simonetta ^ — che sullo scorcio del secolo IV l' arcivescovo di Milano, Ambrogio, inviò un prete Ilario alla terra detta Villafranca Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 4
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allora e Franca oggi (presso Santo Stefano. al Corno), per tornare al cristianesimo quel popolo che Io aveva abbandonato; e la mis- sione riesci fruttuosa, poiché il tempio Jvi dedicato ad Apollo fu convertito in chiesa dicata a san Fedele.
Sotto la influenza immediata e diretta della sede metropolita di Milano era ovvio e conseguente che delle peripezie incon- trate nella chiesa milanese risentisse la laudense; ed una prova si ha che anche nel Lodigiano — come a Milano — serpeggiò r arianesimo , essendo vescovo Dionisio Marliano (346).
A quei tempi — nei quali, profligati Valentiniano II e la madre Giustina per cui stavano gli ariani. Massimo calò in Lombardia e devastò Piacenza ed il basso Lodigianò — Pier Francesco Goldaniga ^ attribuisce la elezione a protettore di Codogno del martire Biagio , già medico in Cappadocia e poi vescovo di Sebaste, immolato alla persecuzione di Licinio, im- perante Diocleziano. Ma non sembra e- gualmente accettabile la credenza dello stesso autore quando afferma che insieme a tale elezione i codognesi inalzassero al loro avvocato celeste la prima chiesa. Il Cortemiglia Pisani oppugna, nei rapporti del tempo , codesta asserzione.
Ad ogni modo, soccorre a rassodare genericamente il fatto che gli abitanti di Codogno non ebbero mai altro patrono che il santo cappadoce, per quanto la notizia della chiesa erettagli si riscontri assai posteriore all'epoca indicata.
Davide Palazzina ^ è d' avviso che sul principio del V secolo sorgesse la prima chiesa di Codogno, dove ora è il coro della parochiale ed il giardinetto del preposto; e ciò anche altri ar- guiscono dall' essersi nel secolo scorso trovati scavando in quel luogo indizi di costruzioni antiche. Ma è forse il caso di ripe- tere con Dante che molti smarrisconsi in fallaci induzioni ,
Imagini di ben seguendo- false
Che nulla promission rendono intera.
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NOTE AL CAPO IV.
' Luciano - Vita dei cortigiani.
- Alessandro Dumas - Gallia e Francia. Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
* Francesco Robolotti - Illustrazione del Lombardo Verieto.
^ Francesco Bergamaschi, arciprete di S. Stefano al Corno (prima metà del XVII secolo) , riproduce nei suoi manoscritti la cronaca di Bonifacio Simonetta, secondo abate di S. Stefano (nella fine del XV secolo).
" Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne borgo di Codogno.
' Giovanni Cortemiglia Pisani - Memorie storiche del basso Lodigiano. Davide Palazzina - Cenni storici del regio borgo di Codogno.
CAPO V.
I barbari e il cristianesimo — Le invasioni tumultuose — Roma vinta — Odoacre a San Colombano — Altre occupazioni barbariche — I lon- gobardi — Le conseguenze della conquista — L' istituto del castello — Castelnuovo e Codogno.
: »
RISTO colla' sua legge d amore e dì pietà aveva rinnovata la faccia della terra, da questa staccando le anime e rivolgendole al cielo. Ma un altro poten- tissimo elemento di trasfigurazione sociale e civile lo fornirono i barbari.
La loro venuta in Italia ebbe valore di complemento nella riforma cristiana. Il sentire barbarico, contradittorio in molte sue espressioni al cristiano, aveva per altro con esso più di un punto di contatto. Poco monta la natura politeistica delle religioni di quelle orde riversantisi da cento ignote contrade sul monda latino ; è invece notevole che la mitologia relativa di essi non era contaminata dalla pazza corruzione di quella greca e romana. La fede nazarena redimeva la donna in nome del sentimento ; i barbari la deificavano in nome della famiglia; ma per gli uni e per gli altri il culto della donna era posto sulle regole incroi— labili della virtù, della castità, del consorzio domestico.
Venere Callipige ricordava l'abbominio; Maria invece sim- boleggiava la glorificazione pura della donna, così e come,.
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togliendola alla fede dei padri, il rabbi di Nazareth l'aveva tra- sferita nella nuova; ed a lor volta i forti uomini del nord col- locavano la madre dei propri figli sul carro di guerra, accanto alle imagini dei loro idi bellicosi, accennandone in questa guisa la eguaglianza, e mostrando come nella loro credenza fossero invincibili capisaldi i numi in cielo e le donne sulla terra.
Era così una violenta sovrapposizione di liberi ma virtuosi costumi che ci veniva importata da quel devastante torrente dell'umanità, sbucato dalle foreste settentrionali d'Europa, dei cui abeti .quegli uomini rudi s'eran fatti altrettanti simulacri di dei. E, come nelle sensazioni e nelle aspirazioni rinvennero, se non la parità, certo però l' affinità coi credenti in Gesù, così fu necessariamente fatale il connubio delle forze comuni, alle quali paravasi la distruzione della romana civiltà.
Gli eruditi che toccarono della missione barbarica sono una- nimi neir affermare che rappresenta qualche cosa di ultramondano l'esodo di quelle genti iperboree dai patri confini, con direzione costante , implacabile ed eguale verso la cerchia dell' Alpi , per lasciare tutte parte integrale di sè nella etnologia dell'Italia avvenire. Con alto rumor d' armi , a piedi , a cavallo , o su cameli, o in carri tratti da cervi, tragittanti l'acque nell'ampio cavo degli scudi, avanzarono in infinita moltitudine abbattendosi sulla salma ancor tepida del popolo quirite , mutato all' indo- mani in obbrobrioso scheletro. Portavan seco la ferocia, ma insieme la franchezza; erano violenti, ma indipendenti; incal- zandosi popolo su popolo, esercito su esercito, vennero, videro e vinsero , diroccando sino all' ultima pietra l' arce capitolina. E barbari e cristiani — ora affini, ora repellentisi — misero in co- mune potenza d' armi e forza morale. Così l' alma Roma , vio- lentemente sospinta, cadde nel sepolcro ; e da quel momento il labaro barbarico e la croce costantiniana — cuspide improvvi- sata dal destino — segnarono la via alle novelle generazioni italiche.
" Non è compito nostro specificare cronologicamente le varie specie di quel caleidoscopio sfilante in invasione armata per le porte d' Italia. Solo ci sembra doveroso registrare quelle la cui azione, direttamente o no, s'andò sviluppando in attinenza -alla nostra plaga.
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E COSÌ — preceduti dal terrore, accompagnati dall' esterminio, seguiti dalla desolazione — ecco passare i visigoti di Alarico (402), e tosto li seguono le feroci squadre dei borgundi , degli svevi, dei vandali, venute dal gelido Baltico ad unirsi, sotto la spada del fiero Radegiso, ai sanguinari alani, rivieraschi del mar Caspio (405). Costoro sono affrontati dalle schiere d' Onorio imperatore, comandate da Stilicone; il quale — raccontano i novellisti — già accampato nei pressi dell'Adda (406), avrebbe dato niente meno che il proprio nome vandalico a Castione: Castrum Stiliconis ^. ,
Ripassa come terribile uragano Alarico ; poi — col cuore gonfio di un odio angoscioso ed atroce — Attila (452) già vinto nella Gallia Transalpina da Ezio romano.
Attila è tuttavia circonfuso dal mito. Lo si rivede ancora sul possente cavallo sotto al cui piede si faceva il deserto ; oli- vigno, membruto, col bialato cimiero, primo all' assalto feroce, al- l'incendio distruttore, precinto dagli unni, che non lasciavano dietro sè persona viva. Colle altre città, egli distrugge Cremona, Brescia e Bergamo; varcata l'Adda, diserta Como, Milano, Lodi e Pavia; trapassato il Po, pone a ferro ed a fuoco Piacenza, Parma e Reggio, fino a che, presso Peschiera, incontrato da papa Leone Magno, repentinamente indietreggia.
Egli è certo, pertanto, che al ritorno di Attila in Pannonia si sarà allietato l'animo de' nostri remoti, dopo aver diviso le sciagure ed i lutti delle invasioni barbariche. Le piccole prospe- rità scomparivano dai latifondi; gli uomini come il terreno ri- facevansi selvaggi; arsi borghi e casali; la campagna fatta vasto stagno o sabbia infeconda, ed era incessante il pericolo della vita.
Dopo il « flagello di Dio » qui passarono gli uni sugli altri ammonticchiandosi, i vandali di Genserico (455), gli alani con Beorgor (464) e con Odoacre gli eruli (476), che posero fine all' impero d' occidente.
Si dice che appunto Odoacre, passato il Lambro, desse bat- taglia a' piè del colle di San Colombano ad Oreste, padre di Romolo Augustolo imperatore.
Da prima Oreste volle rifiutare il combattimento ; ma — scorti i suoi eterogenei armati disertare al nemico — fuggì giovato*
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delle tenebre verso Pavia. Gli eruli con un colpo di mano si impossessarono il dì vegnente del vallo abbandonato , e ne me- naron così aspro governo che — secondo il Thierry, confortato da storici italiani da lui accennati — gli venne e gli resta tuttavia il nome di Campo Ruinato (Campo Rinaldo) ^.
Il goto Teodorico — anch' egli invasore d'Italia (493) — lasciò da principio il segno cruento della sua violenza, distruggendo anche Villafranca (presso il Corno), alla quale già superiormente accennammo. Ma poi , quasi per riparare alle vecchie ingiurie , il goto diè mano a rialzare alquanto il paese nostro ; e siccome Lodi era stata devastata dai borgundi, così il vincitore di Odoacre, fece risorgere dalle mine degli eruli l'oppido, fabbri- candovi un grandioso palazzo , ed alzando a Salerano una torre ben munita ^.
Non ci toccano il seguito della conquista gota, nè le varie vi- cende della guerra ventenne coi greci. Il franco Teodato e Belisario (539), i greci e Narsete (552) sono figure che passano mettendo capo alle successive invasioni dei franchi , ed al do- minio dei greci costituiti nell'esarcato di Ravenna (554).
Per altro, t mestieri osservare che i successori di Teodorico non lo imitarono nell' opera civile cui s' era dedicato. Le leggi dei re goti Vitige, Totila, Teia, furono oppressive, le publiche e private fortune andarono malamente disperse, e per quanto la bassa Grecia d' oriente — meno qualche lampo fugace di civiltà — addensasse le tenebre sull' Italia da essa padroneggiata , l' esar- cato e le sue influenze apparvero ancora un beneficio, special- mente dopo che Narsete riordinò il paese a sistema militare, e dopo che Giustiniano, colla prammatica sanzione e col corpo delle sue leggi, riaccese la fiamma del vecchio giure di Roma.
I longobardi — che le cupe fantasie settentrionali fecero stac- care dalla patria scandinava col favore di una bella valchiria — esercitarono fra noi una signoria bisecolare; e così quella gente nella nostra s' incorporò , da mutare persino l' antica nomenclatura della regione , che da Gallia Cisalpina diventò Lombardia.
E non fu solo conquista d' armi ; perocché qui i nuovi pa- droni colla loro arte, purificando lo stile gotico, diedero il loro
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nome ad un' architettura novella ; qui il diritto publico cesse al consuetudinario, della cui indole dura tuttora il conflitto fra le disparate opinioni , ma che pur sopravvisse in parecchi istituti nella vita moderna dell' individuo , della famiglia , della società ; qui, infine, dopo migliaia d'anni, la filologia comparata dei dia- letti d' Italia, rafiìnandosi sempre più, meglio raccoglie ed espone gli imponenti detriti del vecchio idioma venutoci sulla bocca irsuta degli uomini che o squassavano la « lunga alabarda » o facevan pompa della « lunga barba » suU' ampio petto , mentre tagliavano i capelli alla nuca e spartivano alle tempia quelli lasciati crescere liberamente sul cocuzzolo.
Tacito * ricorda i longobardi con onorifico cenno , e da quel- r antico scrittore ai moderni ricercatori di verità storiche è una ininterrotta illustrazione di quel popolo rude ed indomito, il cui movimento espansivo procedette rapidamente verso di noi.
Scesero essi in Italia per le alpi Giulie, colle donne, coi fan- ciulli , colle milizie dei gepidi vinti , colle spoglie dei popoli da essi disfatti , qui invitati da Narsete , ministri di sue vendette contro Giustino imperatore greco , che lo aveva spodestato per sospetto di perduellione (569). Alboino, loro re, fa proprio il Friuli, prende quasi tutte le città della Venezia, Milano, la Li- guria, ed ^assedia Pavia, che finisce per arrendersi e diviene la sede del regno longobardo , essendo Milano ancor fumigante di rovine.
Succede ad Alboino il crudele Clefi (572); poi il trono resta vacante un decennio, mentre, invece della potestà reale, fungono trentasei duchi, il cui governo lascia pessime memorie. Raccoglie la paterna eredità il giovane Autari , già escluso dalla corona del padre Clefi perchè immaturo d'anni (584). Autari un lustro dopo va primo marito alla figlia del bavaro Garibaldo, la pia Teodolinda, eccitatrice nei proprii subbietti della fede cattolica, e gloriosa fondatrice di artistiche chiese e di mirabili opere di carità.
Dell'epoca longobardica appunto, voglionsi sorti templi e claustri nella nostra regione, e forse apparterrebbero a questo numero la chiesa di S. Pietro in Pirolo di Gera, demolita nel XVIII secolo per lasciar posto a nuove fortificazioni ; quella tra Fombio e San Fiorano (presso la Battaina) forse fondata da Luitprando (725); ed un'altra presso Castione.
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Due genti si trovarono, pertanto, di fronte: i longobardi in- vasori armati, i quali s'erano ripartito il territorio , e i nativi^ abbandonati all' arbitrio dei nuovi signori , agricoltori e servi della gleba ; poiché eran toccati ai soldati longobardi insieme ai campi i buoi e gli uomini coltivatori, sottomessi alla sorte del- l' api virgiliane, costrette a mellificare non per sè.
Anche nelle città un terzo del lucro fatto da chi esercitava le arti e la mercatura apparteneva , giuridico censo , al longo- bardo ; era un carico dei cittadini detti censuali , dipendenti — per conto del re o del duca o dei loro delegati — dal ga- staldo, rapace stromento di perenne mungitura. Ma non risulta che sotto r artiglio dei padroni novelli cadessero tutti indistin- tamente gli ordini , i possessi e i diritti conquistati : possessori liberi sembra fossero stati proclamati i signori, il clero, i militi, i dotti, gli scribi, i livellari; di guisa che propriamente schiavi sarebbero stati soltanto coloro che erano già terziatori o coloni al tempo del caduto impero.
Paolo, diacono di Aquileia — nella cui opera più che in altre riluce qualche tratto di vera storia, per quanto sembri fimbriata da tratti romantici — afferma che i longobardi fecero propri parte di fondi spettanti a chiese ed a curie, estese plaghe di terre incolte e boschive, predi e case già di romani o uccisi o banditi. E insomma a credersi che durante la dominazione lon- gobarda, e specialmente nel suo primo periodo, l'elemento ro- mano — meno forse in alcuni centri cittadini di raggruppamento e di resistenza — fu veramente quella
D' un volgo disperso che nome non ha ,
non conservando esso carattere giuridico proprio; e che la signorìa terriera instauratasi novellamente fu lo stahù quo corollario della violenza, piuttosto che un' espressione del diritto.
Difi&cile è, ai giorni nostri, stabilire qual fosse la vera natura della proprietà fondiaria dei longobardi fra noi ; subbietto questo da tenersi in gran conto , non potendosi dubitare che l' agro nostro, fra tutti gli altri contermini, sia stato il precipuo ad assorbire la fisionomia longobarda.
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Importa . intanto osservare che , se la proprietà del suolo ori- ginò da una comunanza primitiva — che oggi assumerebbe il nome battagliero di collettivismo — divenne ben presto privata. Ai servi trovati sulla terra di conquista i longobardi aggiunsero quelli che essi avevan condotto seco dalle germaniche fini ; per ragioni di milizia li manomettevano armandoli, e così i servi stessi finirono in quella categoria di mezzo fra servi e liberi — o aldi o semiliberi — che formavano una specie di coloni.
Sullo scorcio di quel regno, però, nel paese nostro si distin- guevano tre ordini di lavoratori campestri : i servi , gli aldi e i liberi. Ma — venendo meno la potenza legislativa — lo spirito giuridico possessorio andò vieppiù confondendosi e indebolen— dosi : possessori romani , longobardi e , più tardi , franchi si di- visero il suolo , vivendo ciascuno secondo la propria legge nazionale. Nell'urto delle usurpazioni violente la piccola pro- prietà sparve, ingrossarono le file dei liberi coltivatori, dei livellari e dei commendati su vaste terre altrui ; e lo stato del vassallaggio , embrionale presso i longobardi , apparecchiò colle immunità e coi benefici di fondazione franca l' oppressivo si- stema feudale.
Servi, aldi, livellari, eran tutti promiscuamente manenti, deri- vazione latina che ne spiega la natura, e dei quali, come istituto, rimane tuttavia traccia nelle campagne trentine. I servi comprati, venduti, donati, permutati, locati, a seconda del contratto fon- diario, ma dal fondo indivisibili ; si concedeva il maritaggio del , servo colla aldia e colla liberta e viceversa; si determinava la compensazione in denaro pei delitti di sangue fra servi; la su- prema proprietà era sottoposta per secoli al principio autoritario, del quale personificazione il re, con dritto a decime e con fa- coltà di donazione; il signore, ottenesse il feudo in proprietà privata o invece allodiale , separavalo in due enti , l' uno col- tivato ad economia e detto corte, l'altro spezzato in quote, affidato ad agricoltori servi, liberi o aldi, e detto o sorte o manso o casa tributaria.
La coltivazione della vigna estesa assai prima del looo; anche allora deposte le ceppale nelle fosse; raramente citato nei do- cumenti sincroni il frumento; copiosi i grani inferiori, il lino, le fave, la veccia, le cipolle, le rape; molte le boscaglie; i pioppi
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alberi di confine ; oliveti presso i laghi ; conosciuta ed estesa la coltura dei gallinacei, dei colombi, delle api.
Può, dunque, sussistere — nella oscurità universa d' altre notizie regionali — il confronto delle relazioni coloniche odierne con quelle di quei di, fatte solo due differenze: la prima che il padrone quasi sempre disinteressavasi della cura personale al proprio feudo , come per eccezione avviene anche oggidì nei latifondisti siciliani ; la seconda che al capo della corte rustica si appartenevano già parecchi di quegli inumani, truci privilegi che alcuni attribuiscono alla successiva epoca del feudo.
Più che reali padroni i longobardi furono delle terre nostre insaziabili usufruenti ; ma l' agricoltura , rimanendo fra le mani dei vinti, perdurò nel suo carattere di esclusivamente italica ®.
... *
L' invasione barbarica si riassunse e continuò vincitrice anche nel periodo della tenda. Sovrapponendosi agli indigeni, i nuovi venuti crearono quello della capanna ; e quando la prima non ebbe più ragione di essere, e la seconda si trovò disarmata nel tumulto delle comuni violenze, allora — prodotto del dritto di difesa nei forti, e del dritto di protezione nei deboli — sorse il castello. Errano, infatti — secondo Ferdinando Gregorovius — i credenti nell'antica opinione che il castello sorgesse come manifestazione esclusiva del soldato arricchito, il quale intendeva a che non gli fosse strappato il patrimonio dei privilegi acqui- siti combattendo ; là dove s' avvicina assai più al vero critico il fatto che alla erezione del castro non tanto il buon piacere del signore presiedesse, quanto la volontà dei subbietti e degli umili, che avrebbero in esso trovato il baluardo e la difesa contro gli orrori delle fierissime invasioni. Non è il castello — continua il dotto tedesco — soltanto l' emblema del potere feudale considerato nei propri vantaggi; ma è, per contrario, la conseguenza di una intiera evoluzione verso la mutualità della difesa.
E che questa sia verità lo prova vittoriosamente l'evento storico quasi comune, per cui, contemporaneo, attiguo e circo- scritto dalle cortine e dai fossati delle rocche, s' elevava il borgo. Però ben di rado prima del secolo XI si rinviene — almeno nell'Italia superiore — castello, rocca o maniere ai cui piedi non.
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si accovacciasse il borgo, quasi pulcino sotto l' ali materne della chioccia... quando per avventura non fosse povera colomba sotto il rostro del falco rapace. E si ricorda altresì come l' istituto del castello non sia esclusivamente d'indole civile o politica, perocché in Italia abbondano nei primi secoli del cristianesimo fondazioni di rocche meramente ecclesiastiche , erette da papi e da vescovi; fortificate e per la natura dei luoghi e per la mano dell'uomo, diventate più tardi ermi chiostri con potenze tempo-
II castello di Codogno da levante, prima del 1872.
rali sterminate. Nel medio evo in quei monasteri, ch'erano pur fortezze, si ricoverava lo spirito studioso delle civiltà che furono.
Quali e quanti fossero in quei dì i castelli della nostra regione non è agevole ed è forse impossibile determinare. Verranno essi in evidenza nei secoli successivi ai X.
Intanto accenniamo alla credenza di alcuni che il castello poi detto Castelnuovo sia sorto per opera di Childeberto re franco.
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contro i longobardi chiamato in Italia e da essi rimandato ol- ir'Alpe (590). E quel luogo sarebbe sorto non tanto per stra- tegia di difesa quanto per compiere l'impresa idraulica, già da noi ricordata, per la bonifica del lago Gerupdo.
E — nel deserto di qualsiasi memoria scritta che si riferisca a quella nuova affermazione fra noi di potenti fortilizi — ecco giganteggiare come un fantasma sopravvissuto a tante consimili larve, il documento di pietra qui rinvenuto. Parliamo del castello di Codogno.
Pier Francesco Goldaniga narra che nello abbassamento delle sue quattro torri (1722) si rinvenne una lapide recante scolpita la data 723, forse quella della costruzione; data però variata da Pier Maria Campi , il quale la segna a due anni dopo.
Il castello codognese — del quale tace , come dei congeneri suoi , la cronaca paesana di quelli anni remoti — ebbe anche il nome di Motta, «vocabolo questo che la filolagia deriva dai dia- letti tedeschi e che sarebbe in senso tecnico un rialzo artificiale del suolo servente di base ad un' opera fortificata, ed in traslato una commissione di persone con eguali intendimenti politici.
Oggi col nome s' è smarrita la cosa. Non più castello , nè motta, nè « montagnola »: le prigioni mandamentali^. Ecco la sola ragione che — come altrove — così anche a Co- dogno giustifica la sopravvivenza in luogo della poderosa me- moria. Secolo per secolo, generazione per generazione, anno per anno, strapparono al vetusto edificio il suo sasso e ne mutarono i lineamenti : abbassato , i fossi interrati , le mura rase , dimez- zato, sventrato, ridotto pigmeo da gigante, esso vive tuttora anche nei ricordi della generazione che tramonta , come chiassoso teatro degli spassi infantili ; e quelle sue pietre parlano , quasi , come un mistico ed affettuoso ammonimento del passato...
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NOTE AL CAPO V.
^ Questa voce è pur riportata dal Palazzina, ma evidentemente egli non le presta fede. Clemente Flammeno, poi, nella Storia di Castelleone opina che Castrmn Stiliconis sia il castello di Castione, già esistente nel contado del Seprio ed accennato nelle cronache milanesi.
^ Alessandro Riccardi - Le località e territorj di S. Colombano al Lambito. Altri però — nota il Riccardi — senza negare il fatto del 476, danno altra etimologia di Campo Rinaldo.
^ Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
^ Caio Cornelio Tacito - Germania.
^ Paolo Warnefrido - De gestis langobardorum.
^ Marco Formentii^i - // ducato di Mila7io. — Giovanni Seregni - La popolazione agricola della Lombardia neW età barbarica.
' Pier Maria Campi - Storia ecclesiastica di Piacenza.
® La demolizione del castello di Codogno fu definitivamente deliberata dal consiglio del comune nel 1872, e la funestò l'interramento d'uno dei lavoratori, sotto la ruina d' una muraglia ceduta al sottoscavo. A cinque metri dal suolo normale, nella terra sabbiosa e asciutta del terrapieno, si rinvennero gli avanzi d'uno scheletro umano maschile di breve statura, e poco lungi una moneta dell'epoca neroniana in bronzo (dicembre 1873).
CAPO VI.
Temporalità nostrali alla chiesa — I franchi — Rassodamento del feudo
— II beneficio ecclesiastico — La chiesa ed il convento di S. Stefano
— Fondazioni, donazioni e benefici — Sciagure publiche.
zione che di tanto « mal fu matre » (759), la chiesa ne aveva già ricevute, e copiosissime, dai greci e dai longobardi.
Nè altrimenti poteva accadere in quel tempo , signoreggiato da uno spirito di devozione esagerata, di cieca pietà, di super- stizione eccessiva ; e ci occorre rammentare un fatto del genere, accennando alle donazioni fatte alle chiese da Luitprando Flavio, il cui regno più che trentenne fu, del resto, chiaro per sensi di civiltà e di umanità.
Per lui ampliavasi in Pavia — se non forse , come alcuno as- serisce, sorgeva — il magnifico claustro di S. Pietro in Ciel d'oro (723), con alti intendimenti artistici di recente ridonata ai suoi fasti. A quel sacrato asilo il re longobardo diede terre e ville del basso Lodigiano, tra cui Fombio (725); assegno che fu poi confermato da Ottone I (962); da Corrado (1027), il
AL secolo V al X ed oltre la missione della chiesa si rafforzò mirificamente ■ per l'aumento costante e quasi universale delle temporalità ; e prima ancora che la storia del mondo registrasse la famosa dona-
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quale pure concesse altri privilegi ai monaci (1033), e da papa Pasquale II (1105). Anselmo, abate di S. Pietro, rinunciò a Lanfranco, vescovo di Lodi, parte del lago o canneto della corte di Fombio (11 5 2). Ma la serie delle conferme dell'assegno primitivo non fu interrotta, poiché ne diedero i papi Anastasio IV (11 54) , Alessandro III (1173) e Innocenzo III (1202), fino all'epoca nella quale le terre di Fombio fruttificarono per altri.
Altra donazione perspicua fece Desiderio al dovizioso, poten- tissimo monastero di S. Giulia in Brescia, prima di muover nemico sul territorio ritenuto della chiesa (758): quella del porto sul Po fronteggiante Piacenza. Questa donazione dello sventurato re longobardo cagionò infinite scissure, armeggiamenti e intrighi, nei quali ebbero parte, oltre le benedettine bresciane, i piacen- tini accampanti diritti ; ed intervennero in causa , nei cinque secoli successivi, e vescovi e potestà e re e imperatori e papi.
Ma la chiesa ebbe dai franchi tutto quanto potè appetire. La missione di quel popolo, avventuroso ma credulo e incolto, è tutta compresa nell' epifonema pontificio :
— Gesta Dei per francos.
Malcontenti i papi dei longobardi , e bramosi di più fedeli stromenti del loro volere, chiamarono al di qua dell'Alpi i franchi, e questi apparvero sui sommi gioghi (754), con alla testa il sire chiomato che i destini serbavano ad arrestare il corso del libero genio italico.
Come vennero , come vinsero , come del loro trionfo fecero strato al piè dei pontefici, non è qui il caso di esporre. Roma papale toccò colla spada di Carlo Magno i vertici della grandezza terrena ; ed a lui — che saliva non nel nome del diritto ma in quello della forza — essa ofii'ì ed impose il serto nel nome di Dio , incarnando nel distruggitore dei longobardi quel « sacro romano imperio » che fu il millenario -vàvaio di tutti i regnanti « per la grazia divina ». Il crisma sulla fronte, il globo sulla corona, e la croce sul globo, Carlo Magno — proclamato impera- tore in Roma nel dì di Natale (800), fra le urne dei Cesari ed il Tabor del cattolicismo — diede persona a tutta un'epoca, susci- tando tuttavia amori indomati ed odii inestinguibili. Egli, inve- stito e consacrato dal capo visibile della chiesa, apparve ministro \ Codogno e il suo territorio^ ecc. — /. 5
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della suprema potenza ; T autorità gli discendeva dal cielo e diventava così il capo politico dell'umanità, mentre per lui e per sua delegazione nel pontefice massimo si stringevano la po- testà religiosa e la civile.
Da tutto questo la legittima conseguenza che il concetto am- ministrativo di Carlo non dovesse poggiare che sopra il clero e sopra i nobili. Indi l'onnipotenza dei vescovi, diventati altissimi uficiali politici fronteggianti i conti, con giurisdizione e tribunali propri anche civili; indi i nobili, cui Carlo più specialmente commise la costituzione e l'esercizio del feudo.
Abbiamo accertato che la figura feudale preesisteva alla si- gnoria franca; ma Carlo Magno — pur rispettando parte del precedente organismo amministrativo — impernò sopra di esso il proprio. Sculdasci, arimanni, decani ^ — detriti del mondo po- litico longobardo — mano mano scomparivano ; e , se vollero continuare nei proprii diritti , dovettero riconoscerli ex novo dal volere dell' imperatore. I longobardi , infatti , che possedevano terre in nome e per conto del re, ne fecero omaggio al re franco, ad esso per gli antichi servizi riobbligandosi ; e fu così che i duchi fecero luogo — con eguale autorità ma egemonia ridotta — ai conti, dei quali re Carlo determinò il titolo di marchesi, se posti, come i più importanti, in territorio di confine o marca.
Nè per questo il popolo ebbe miglior sorte; chè anzi la sua ricorda la condizione dell' inferjno dantesco, il quale, volgen- dosi e rivolgendosi nel triste letto , tenta far schermo alla sua doglia. Perdurava nei subbietti l' angoscia dello stato servile , per quanto perdurasse l'arbitrio militare, da cui la piccola pos- sidenza poteva sfuggire in un unico modo : offrendo sè e le cose sue ai vescovi ed alle chiese, in guisa che l'arbitrio soldatesco veniva meno, s'acquistava la garanzia di qualche forma legale nella sudditanza, e sorgevano politiche adunanze nelle quali era concesso recare le proprie ragioni per farle non di rado valere. Ciò che alla chiesa non apparteneva, nè direttamente nè indi- rettamente, dipendeva dal contado, e contadini furon detti quanti dal conte subivano la giurisdizione civile. •
Re Carlo stabilì del territorio un compartito fra grossi feuda- tari genericamente detti altresì vassalli o capitanei; a loro il
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mero e misto imperio; da loro tributo al re; di questo soldati <iuraate lo stato di guerra ; per. tutto il resto altrettanti regnanti. A volta loro , i grandi investiti suddividevano il paese loro fra minori vassalli o valvassori , tenuti verso i loro signori agli obblighi stessi che i signori verso il re.
Sminuzzato il territorio in questa guisa , nacquero fra tutti i grandi e piccoli investiti della sovranità effettiva invidie, gare, dissidi; ciascun d'essi tentando primeggiare, si studiava d'at- trarre e aumentare la popolazione nei propri domini, sicché -questi ritraevano fin d'allora la figura moderna di quei minu- -scoli principi tedeschi dei quali Vittor Hugo dice che la siepe dell' orto è insieme la frontiera dello stato. Cesare Cantù so- stiene che a migliorare i rapporti fra vicino e vicino intervenne provvidamente l'azione temperata e pia dell'alto clero. Ma l'e- conomia generale della storia non pare sempre consona alle idee del sapiente di Brivio, ed anche scrittori non sospetti di etero- dossia affermano che in quei tempi ciechi la plebe era costretta nel triplo e tormentoso anello costituito dall'autorità regia, dal feudo nobile e dal beneficio ecclesiastico. Valga , tra gli altri , l'esempio, riportato dal conte Giulini ^ , degli uomini di Limonta, -che — mostrando le chiome tagliate, indizio di servitù, e lacri- mando — si presentarono supplici all'arcivescovo milanese, la- mentando in suo cospetto i barbari soprusi cui erano sottoposti dall' abate di S. Ambrogio, loro beneficiario (905).
I diritti emergenti dalle investiture della chiesa ebbero indole precisa alle feudali ; e chi alla chiesa più particolarmente si univa, colui appunto « beneficiava » delle concessioni pontificie. Così ai fondatori di templi e di cappelle Roma dava sotto il titolo di giuspatronato la giurisdizione attiva trasmissibile, a norma dell' investitura, agli eredi legittimi ; ma questi mancando, tornava il diritto alla chiesa.
Ciò non pertanto, avveniva che rapidamente sviluppavasi l' isti- tuto del beneficio di fronte a quello del feudo ; e questo era sopravanzato da quello ; fenomeno dipendente dal fatto che , mentre e principi e marchesi e conti e baroni continuavano nelle lotte perenni fra sè, con assidua oppressione dei subbietti, le corti ecclesiastiche, per contrario, sembra si mostrassero più
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miti e remissive. Quello, però, che v'ha di certo si è che irr tempo di guerra eran meno infelici le sorti dei dipendenti dal beneficio in confronto di quelle dei dipendenti dal nobile feudo. E vero che i beneficiati dovevan reggere la staffa al vescovo^ ma è vero altresì che il vescovo loro mantenne fino agli ultimi tempi la protezione del romano diritto.
Dalla potentissima rinnovazione politica e territoriale della chiesa ebbe origine il moltiplicarsi dei benefici ; moltissimi investiti in persone del clero secolare ; parecchi in vassalli , quasi negli ob- blighi equiparati ai loro colleghi del feudo civile; e non pochi delegati a comunità monastiche, cioè a dire al clero regolare degli ordini in voga già a quei dì, sotto lo spirito e la dottrina fondamentale di san Benedetto e di sant'Agostino. E siccome quello che preponderava nel settentrione d' Italia fu appunto il monachismo occidentale del santo di Norcia, è così spiegabile il perchè rigogliosamente esso attechisse anche nella regione nostra, e vi fosse contrassegnato ed arricchito da fondazioni,, donazioni, legati, benefici in genere, radicati o nella iniziativa della chiesa o nella concessione fatta dagli imperatori.
E una lunghissima serie di tali atti che, partendo dal tempo dei re franchi (825 circa), discendono fino alla fine dell'evo medio ; e di questa imponente e non interrotta successione ci sovrabbondano tuttavia parecchi fra i documenti più conclusivi ; così che si può dire che la storia di quest' epoca si confonda, tra noi, con quella delle fondazioni religiose e civili, e specialmente delle prime.
Antichissimo fra tutti i benefici di concessione franca è quello pel quale l' imperatore Lodovico II conferma e concede alcune decime e franchigie alla chiesa di S. Stefano protomartire nel luogo di Ripa Alta presso Corno Vecchio (19 gennaio 852), già da lui eretta.
Deve essere, quindi, un errore quello del padre Matteo Man- fredi ^ che racconta sorta la chiesa di Ripa Alta soltanto nel— r 856 ; poiché già nel documento riguardante la conferma sopra <:itata appare che un Gariprando — come afferma Cristoforo»
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Poggiali — o un Garimondo fosse già nell' 852 prete della chiesa di S. Stefano ; e il diploma continua menzionando il dritto <ii decima e di metà del porto sul Po, rimpetto a Piacenza, detto Portadurium, pertinendo 1' altra metà alla piacentina abazia di S. Sisto. Si osservi che quel porto dava diritto al pedaggio del transito ed al dazio delle merci in trasporto.
Secondo il rettore Francesco Bergamaschi, fu breve la fortuna della chiesa di Ripa Alta, poiché il Po, corrodendo terreno torno a torno, la distrusse (885). Se non che, qualche anno dopo, avendosi il Po aperto un nuovo letto vicino a Piacenza, per la mutata direzione lasciò la plaga di Ripa Alta, fatta boscosa pa- lude. Tosto gli abitanti riaffermarono la loro riconquista sul fiume, e mano mano riposero a coltivo le circostanze del luogo.
In questa guisa, bonificate le condizioni del clima e del suolo, si rese possibile ad una pia dama, Anselda contessa di Ghisalba, e ai suoi tre figli Lanfranco, Arduino e Magnifredo, di con- durre a termine un loro divisamento. Su consiglio di Nocherio tedesco, vescovo di Lodi, fondavano l'abazia del Corno (1009), dove introdussero i monaci di san Benedetto , e la dotarono del castello che fu mutato in chiostro, della loro villa adiacente e di molti altri beni.
All'epoca di questa fondazione la chiesa di S. Stefano, perle continue avarie del Po, non sorgeva più nel luogo primitivo; ma era stata ricostruita molto più lontano da Ripa Alta, e così assai più prossima al sito dov'è tuttora. Inoltre, per secoli i vescovi piacentini vantavano dritti possessori sull'agro nostro: Everaldo, antistite di Piacenza, ha per diploma di Lamberto, figliuolo a Guido, confermati molti beni, fra cui cinquecentottan- totto pertiche di buon terreno in corte di Corno Vecchio, nel luogo di Roncarolo diocesano laudense, e settecentoventisei a Mezzana, allora detta Branum Padi (895). E Sigifrido, altro vescovo di Piacenza, accampava per procura ragioni e diritti su Ripa Alta ; tanto è vero che egli, in nome della pieve di S. Mar- tino di Palazzo Pignano cremasco, concedeva il livello ad Aute- cherio, figlio del giudice Ariolfo, ed a Guidone notaro, figlio di Ramberto, la facoltà di decima su parecchi luoghi di quella pieve, posti sul Po « nel luogo e feudo di Ripa Alta » , dietro il censo annuo di soldi sei milanesi d'argento (8 giugno 1015).
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CODOGNO E IL SUO TÉRRITORIÒ
Florida esistenza ebbe il convento di S. Stefano; poiché papa. Pasquale II, passando da Piacenza (15 novembre 1106), riceveva l'abazia sotto la protezione della sedè apostolica, ne ricordava e ne confermava a Guidone abate la fondazione e la dote assegnatale da Anselda e da' suoi figli. E nel procedere dello stesso secolo il convento salì ancora in decoro e in fama tra i più illustri di ' Lombardia. Alberico II , ordinario lodi- giano , investiva l' abate Ribaldo di tutte le decime che a favore delle sua mensa si esigevano prima dal Lambrello al Corno fino al Po (12 settembre 11 82); ed alla liberalità del- l' ordinario corrispondeva un compenso soltanto simbolico : tre moggia e quattro stala di siligine e di miglio. L' abate olivetano di S. Sepolcro in Piacenza cedeva ai monaci di S. Stefano tre chiese, una in Piacenza e due in Cremona (1192); ed era cessione fatta da ordine ad ordine medesimo * ; ond' è che S. Sepolcro piacentino dipendeva colla sua comunità dai benedettini di S. Ste— fano, i quali, a lor volta, prestavano ogni anno l' omaggio di due libre di incenso, suU' aitar maggiore della loro chiesa cispadana.
Nè è a credersi che i religiosi di S. Stefano godessero paci- ficamente di così florida condizione : non mancarono loro pa- recchie traversie, e fra queste il turbine in cui furon travolti sotto Innocenzo II (1137). Il pontificato di questi fu contur- bato da fiero scisma , essendo sorto contro di lui , coli' impe- ' ratore Corrado , un Anacleto , del quale è evidente prendessero le parti le comunità benedettine di S. Stefano , di S. Vito e di Cerreto ; tanto che per comando pontificio i frati dei tre conventi furono espulsi dalla diocesi, e fattine commendatari alcuni preti,, sino alla riforma cistercense.
Come il chiostro venisse in potere di una Aldina contessa milanese (sulla metà del secolo XII) non risulta, per quanto ciò possa essere avvenuto in virtù dei trapassi di giuspatronato. Ma esistono ^ due notizie storiche sul celebre convento — l' una in volgare del priore Edmondo Bentivoglio (16 14) e l'altra ini la- tino di Gaspare Fongelino (1738) — ed in entrambi i docu- menti si asserisce che appunto nel 1159 i benedettini fossero sostituiti dai cistercensi bernardini , pel dono fatto del chiostro» a Bernardo di Chiaravalle dalla predetta Aldina. ,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Ma forse a questi si oppongono altri documenti , poiché vi hanno storici i quali , con armonia di deduzioni , affermano che per decadenza di costumi e rilassamento di disciplina papa Gre- gorio IX si risolvesse ad ascoltare le rimostranze dei reggitori di Lodi — le quali duravano già da un lustro — chiedenti la cacciata dei frati ricchi e licenziosi di S. Stefano; ed il pontefice delegava il vescovo ed il provinciale dei predicatori di Piacenza ad eseguire la sua bolla di sfratto (7 luglio 1231). I benedettini furono espulsi, concentrati in altre loro comunità, surrogati da parecchi monaci cistercensi fatti venire dalla sede di Cerreto, e nella loro regola si incorporarono e chiesa e convento.
Così alle brune cocolle sarebbero succedute — secondo quest'ul- tima versione — le tonache bianche, salvo, nel corso dei secoli, il succedersi d'altri mutamenti e di, nuovi destini.
Il movimento di fondazioni e di donazioni si era frattanto rafforzato, e non è a dire se i religiosi beneficati non si dessero le mani attorno per migliorare i doni ricevuti.
Lodovico II donava il territorio di Larderà al monastero be- nedettino di S. Sisto in Piacenza (874), al quale Angilberga, vedova di Lodovico , donava pure il castello di Monte Malo presso Orio^ insieme ad altri beni che essa aveva nelle Corte Milanese (Corte Sant'Andrea) e in quella di Prada (marzo 877).
Nell'anno medesimo venivano risanate dai benedettini cassi- nensi di Lodi Vecchio le paludi di Meleti, dove esisteva una chiesa dedicata a san Quirico, donata alla collegiata di S. Pietro da certa « contessa madre del conte Lodovico » ®.
Carlomanno donava al chiostro di S. Sisto alcune sue pro- prietà presso l'Adda, ed una detta Mutiana (4 agosto 879), che si ha ragione di credere — secondo il Poggiali — la Mezzana Casati.
Una chiesetta detta di S. Ambrogio sarebbe ricordata in di- plomi di Carlo il grosso (880) e nella bolla di Pasquale II papa sopra citata (1106)^.
Re Berengario confermava i privilegi al monastero di S. Pietro in Lodi Vecchio, aggiungendo la .donazione di ottanta iugeri di terra presso il Lambro , con una cappella posta nello stesso campo. Di questi beni il [vescovo lodigiano Amaione Pusterla
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Otteneva la conferma da Guido imperatore (giugno 892): ed ì monaci di S. Pietro, prosciugando gran parte di palude presso Orio, la riducevano a vantaggioso coltivo.
L'arciprete Gariverto da Gossolengo, fondatore di parecchie chiese in Piacenza, erigendo quella di S. Agata, la dotava di vari beni, fra cui Isola o Mezzano del Po; ed a tale donazione seguiva la conferma di Andrea, vescovo di Tortona, nipote di Gariverto (930).
Intercedenti i vescovi Guido di Modena e Adelardo di Reggio, Berengario II, tutore di re Lotario, donava ai canonici di S. Giu- stina, ovvero capitolo catedralita di Piacenza, con dritto eredi- tario, dieci iugeri di terra laboratoria in Roncarolo (13 febbraio 948), luogo che — come osserva il Campi — potrebbe essere parte della Mezzana o del Gargatano o del Noceto dei Casati.
Il vescovo laudense Andrea, proprietario prò tem-bore di Ca- mairago, donava le decime del luogo ai monaci di Lodi Vecchio (972); i quali (18 novembre dell'anno stesso) risultavano posses- sori a Cogullo, fra il Lambro e Somaglia, a Colbraga e a Maliano, presso Santo Stefano al Corno. Dei primi due luoghi accennati la memoria non oltrepassa la data su esposta; del terzo si parla ancora successivamente in una carta segnata da papa Alessan- dro III confermante il possesso dei monaci (27 settembre 11 69).
. . . f .
Dalle donazioni e dai benefici dobbiamo trascorrere a malefici e sciagure che funestarono la vita del popolo nostro.
I clerici che estendevano le loro rozze cronache — facendo giudizio degli uomini secondo il bene o il male da essi ricevuto — tennero conto dei molteplici e vari flagelli loro contemporanei; ma come la loro penna era diretta dall'interesse, così pure ri- sentiva della crassa superstizione dell' età.
L'inverno del 605 fu quanto mai crudo, e tale un'enorme quantità di topi sbucò fuori a devastare il nostro agro, che i grani vennero distrutti tuttavia in erba, e la furente canicola dell'estate sviluppò inumerevoli febbri omicide.
Nel 677 fu vista nel Lodigiano la caudata cometa per tre mesi splendente; ed il publico spavento fu molto; e con essa, naturalmente, furono spiegate la successiva siccità triennale e la conseguente pestilenza.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
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Neil' 860 altro inverno rigorosissimo.
Neil' 873 le nostre campagne — come quelle del Milanese — ebbero la desolazione delle locuste ^ , delle quali gli annali di Fulda offrono la descrizione.: tetralate, esapode, l'intestino grande, larga la bocca, a due denti più duri del sasso, lunghe e grosse come il pollice umano, inghiottivano intiere spiche di frumento ; e le foglie degli alberi, mezzo divorate, non conservarono più che i filamenti maggiori. Neil' autunno si intorbidarono tutti i vini ; nel dì di Pasqua cadde poi una terrea pioggia, susseguita (4 maggio) dalla brina che essiccò nel piano e nelle valli i tralci delle uve, mentre — sempre secondo gli annali fuldensi — sarebbesi veri- ficata sul Bresciano una pioggia sanguigna; fenomeni questi affatto meteorici, a cui la scienza moderna toglie qualsiasi par- venza di prodigio.
. Un anno dopo, comparsa d'altra terrificante cometa; e nel 963 ancor peste sul Cremonese, dove l'esercito di Berengario sta a campo per l' imperatore contro il duca di Spoleti. Rapi- dissimamente l'epidemia si estende a tutta Italia. Così avviene pure nel 1005.
Se non che l' enumerazione dei morbi e delle altre miserie che in quelle epoche oscure fecero gemere i nostri terrieri — già ad usura afflitti nelle loro condizioni politiche e sociali — ci trarrebbe oltre il segno di discrezione, tanto più che dovremo riprendere questa lugubre nenia in epoche posteriori. Ond' è che, senz' altro, intendendo riassumere il breve periodo antistante al 1000 — la cui fisionomia speciale ci fa sostare — in questo capo accenneremo soltanto che la maggiore di tutte le sventure fu senza dubbio l'incursione degli ungari.
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NOTE AL CAPO VI.
^ Sculdasci o locopositi erano uficiali militari e giudiziari subordinati al duca ; arimanni — dai vocaboli tedeschi heer (esercito) e mann (uomo) — erano uomini liberi corrispondenti agli antichi exercitales\ decani si chia- mavano i preposti alle foreste ed a qualche limitata funzione amministrativa.
^ Giorgio Giulini - Memorie della citlà e della campagna di Milano.
^ Matteo Manfredi - Vite dei vescovi di Lodi,
* Gli Olivetani consideravansi fino dal secolo XII propagine della fa- miglia cassinense ottemperante alla stretta osservanza.
^ Archivio di stato di Milano. ^ Anselmo Vairano - Cronaca. ' Tabulario ambrosiano.
* Andrea da Bergamo - Cronaca.
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CAPO VII.
Gli ungari — Curtis Sinna — I tedeschi — Il libero comune — Dona- zioni ecclesiastiche — Il diploma di Ottone III — L' Utopia — Il looo.
ENNERO gli uìjgari dalla natia Scizia, come gli altri barbari vindici inconsci delle antiche violenze dei romani, a punirle nei loro successori, e seguendo la solita via invaditrice pel Friuli (900). Berengario li tenne così in rispetto colle sue -triplici forze, ch'essi da prima, fuggendo, varcaron l'Adda in piena, lasciandovi vittime nume- rosissime ed indietreggiando fino al Brenta. Tornarono devastando gran parte d'Italia (922); poi, chiamati da Berengario stesso in suo aiuto contro Rodolfo II (924), saccheggiarono presso che tutta l'Italia superiore, e Pavia e Piacenza, tra l'altre città, pro- varono tutta r efferatezza di quei barbari , che il popolo diceva si cibassero di carni crude e palpitanti, dissetandosi col sangue.
Si spiega, pertanto, come anche qui passasse — nell' avanzarsi di quello che fu il « secolo di ferro » — 1' orda ungara, a riparo- delia quale il Porro racconta si rimunissero le mura di Lodi si ergessero torri di difesa a Galgagnano, al colle Eghezzone, a Cavenago ed a Castione ; mentre si afferma da altri che per
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
queste calate di barbari fu così guasto Castelnuovo che lo si dovette rifabbricare, passando esso poi in signoria di quel mar- chese Ugo che Lodovico Antonio Muratori reputa capostipite della casa d'Este, e che troveremo usufruttuario di terreni di Gherardo, diacono piacentino (1034).
Nell'epoca dell'invasione magiara Berengario tenne sede nell'an- tica Curtis Sinna, luogo non riconosciuto dal Muratori, ma che la novissima critica ritiene fondatamente sia Senna nel mandamento di Codogno. Si hanno , infatti , tre diplomi di Berengario I : l'uno a favore di Guittone vescovo di Piacenza, ed « actum in Sinna » (21 luglio 915); il secondo « ac tu f7t in curie Sinna » (28 maggio 916); il terzo pure « actiun in curie Sinna » {agosto 916 o 917). Questi due ultimi sono fatti a favore di Berta, figlia a Berengario ed abatessa di S. Sisto in Piacenza e di S. Giulia in Brescia, due chiostri che ospitarono fra le re- ligiose e imperatrici e regine, e che ebbero un patrimonio fon- diario ingentissimo, del quale partecipava la massima parte del nostro territorio.
Nelle investigazioni fatte suU' hiventario dei castelli , paesi e beni posseduti nel secolo X dal celebre monastero di S. Cristina in Santa Cristina, presso l'antica regia Corteolona, dal diligente Giovanni Agnelli, gli fu « facile identificare » la Curtis Sinna berengariense colla Curtis Sinna dallo Inventario stesso tre volte rammentata, quale è posta — come è, difatti, la Senna presente — presso il Po, il Lambro e la Corte Sant'Andrea. Aggiunge r Agnelli che la scelta di quella sede regia fu naturale , come quella che dominava da luogo forte, alto e sicuro. E tale era allora il poggio oggi abbassato, su cui sorgeva il castrimi Sinncs; poggio detto tuttavia del Castellazzo, il quale era pure prossimo al Po, allora mezzo efficace di cammino e di comunicazione.
Sul principio del secolo, nell' abbassare 1' altura del Castellazzo, ^i rinvennero, inoltre, fra pietre annerite da qualche antico in- cendio, utensili di casa, scheletri d'uomini e d'animali d'atle- tiche proporzioni, monete di Valeriano, di Gallieno e di sua moglie Salonina, e di Quintilio, ed una tessera metallica militare per lo scambio delle scolte; oggetti certamente sepolti sotto le rovine del castello tuttavia ricordato dalle tradizioni del popolo'.
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Osserviamo per incidenza che ai tempi di Lorenzo Monti (autunno 1819), in un campo presso San Marcellino, su quel di Maleo, si trovò una pentola in argilla mezzo braccio sotterra^ con entro oltre millecinquecento monetine di rame per la più parte ben conservate , di conio diverso , e tutte dell' epoca dei su accennati imperatori (265-271).
Tornando a Senna, desumiamo da una lettera scritta allo stesso Agnelli dal compianto Alessandro Riccardi — il dotto mono- grafista dei paesi circumpadani — che, visitando egli Senna del Lodigiano (settembre 1889), potè trovare al Castellazzo , nel cortili ed innanzi agli usci delle case coloniche, un centinaio circa di blocchi, vari per forma ed elementi, quasi tutti d'ori- gine estera ed orientale ; blocchi greci , alcuni dei quali lavorati finemente ; altri rosa orientale ; altri africani ; senza tener conto di quelli — e furon molti — adoperati oltre cinquant' anni fa nelle fondamenta delle case.
Per esaurire il ricordo della Curtis Smna dell' evo berenga- riano, importa dire che alia sua importanza doveva corrispon- dere la numerosa popolazione ; perocché il terreno messo in luce negli scavi del Castellazzo offrì tutti i caratteri cromatici e chimici delle terremare più note d' Italia. L' humus nero, grasso, attissimo alla concimazione, e di cui si servirono per una lunga serie d' anni tutti i fittabili circonvicini, è la prova palmare della nostra asserzione, essendo indiscutibile principio di critica storica moderna che le escavazioni del terreno-concime comprovano la popolosità dei luoghi antichissimi.
La potenza novella degli Ottoni ebbe fra noi forme gravi e diverse; ed il loro abbassamento ebbe data dal celebre epi- sodio del quarto Arrigo, ottoniana progenie, il quale, dal girone esterno della rocca di Canossa — • i piè sprofondati nella neve^ il volto lacrimoso eretto alla cortina vigilata — implora per tre giorni la pietà di papa Ildebrando.
Ma come Arrigo non eran stati ribelli gli Ottoni del tempo primo , all' inizio cioè della sovranità tedesca in Italia. Perocché essi rinverdirono collo strano ricorso storico le memorie di Carlo Magno, e s'accordarono virtute mentis et cordis coi papi, e al-
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cuno di questi vollero violentemente eletti, nei propri congiunti ed aderenti, per averli sempre ligi al proprio volere.
L'evo ottoniano vide delinearsi i primi segni forieri di due grandi fatti storici, l'uno cristianamente politico e riferentesi al mondo intero , l' altro più specialmente italiano : le crociate ed il libero comune. Fra i due, la condizione patologica dell'uma- nità, prodotta dall' avvento del looo.
Ed è perciò che il periodo cui ci affacciamo, più che un anello di congiunzione fra la triste età barbarica e lo sviluppo delle esistenze regionali italiche, ci si presenta come un tempo <ii transizione generale, in cui sopra i ruderi delle barbariche violenze spunta, cresce, si espande la pianta delle libertà comu- nali, la quale — non certamente educata dalle simpatie dei te- deschi imperatori, sospettosi in essa del formidabile emulo — gagliardamente ramificò e fruttò. E fu opera esclusiva degli uomini stanchi delle varie, secolari e feroci oppressioni straniere, del pari che delle paesane tirannidi del feudo; essi andaron ri- prendendo la coscienza dell' antica virtù, e, contemplando arrug- ginite nelle obliate guaine le lame, le sfoderarono, promettendo a sè . stessi di non deporle più mai, se giunti non fossero al riacquisto dei propri diritti.
Errò, dunque, chi — inneggiando alla scuola storica ger- manica — credette culla del comune italiano 1' aspirazione univer- sale alla assoluta indipendenza dello intero paese; poiché il concetto della indipendenza e dell'unità d'Italia è esclusivamente moderno , per quanto alcuni , e numerosissimi , siano venuti — per considerazioni d' ordine più politico che storico — a conclusioni contrarie. Invece il comune, che fece grande sì tanta parte d' Italia dal XI secolo alla metà del XVII , crediamo sia la risultante diretta ed immediata di concetti e di sforzi locali, più che ad ideali politici inspirati a desiderio e ad intenti com- merciali. Bastò un'alleanza di comuni in terra ferma per tener testa agli Hoestauffen e scrivere — checché ne pensino gli in- teressati filocritici di Germania — i ricordi immortali di Pontida e di Legnano ; ed il fatto , più che ad altro , è da attri- buirsi alla necessità suprema negli italiani di resistere e di concentrarsi nella casa del popolo, allor quando l' incursione te- desca travolgeva costumi, idioma e sentire nostrali.
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Una volta passata la bufera che spinse il primo degli Ottoni a guidare entro Milano le sue schiere (961), Lombardia potè respirare. Spento Ottone I , i suoi successori non insevirono contro i subbietti; i quali, nel frattempo che li divise dal 1000, avranno senza dubbio goduto di quella pace di cui — narrano gli storici cremonesi — s'allietò questa plaga circumpadana, che potè dedicarsi fervidamente all' agricoltura e alla costruzione di casali e di castella.
Accennammo che il contegno degli Ottoni presso il clero ricorda quello dei carolingi. Siamo, infatti, di fronte ad una nuova ed imponente rifioritura di donazioni alla chiesa, cui specialmente — a preferenza dei luogotenenti feudali — appog- giavasi r imperator tedesco.
Ottone II accorda ad Andrea ordinario di Lodi, per sè e successori in perpetuo , l' immissione in possesso d' ogni giuris- dizione regia e di qualsivoglia diritto di gabella su tutte le terre e le acque del contado lodigiano, con tale ampiezza di so- vranità anche di fatto, da non esservi paese, castello o terra che non serva contribuzione al vescovo (24 novembre 975).
Questi commuta alcune terre in Maleo con Armone, figlio ad Arioaldo di Causarlo (febbraio 979). La carta che ne di- scorre descrive a confine di una delle terre a mezzodì ed a sera le ragioni di certa Ermengarda ed il palazzo di un conte Gisleberto. In un documento in cui Gualtero, giudice e messo di Ottone III, conferma in giudizio una donazione (5 settembre 991), si dice che la su citata Ermengarda era castellana di Maleo « con piscaria nell' Adda », e ciò per atto di liberalità dei co- niugi Adamo e Bertilla; e che la stessa castellana era moglie a Roglerio o Roggiero conte di Bariano, fidissimo di Ottone e possessore di amplissimi fondi nel basso Lodigiano. In questo documento — come in altri del 997 e del 1209 di cui più oltre parleremo — è nominato un luogo detto Picinascum , nelle vi- cinanze di Maleo, e di cui non si hanno altre traccie.
A proposito di nomi perduti , occorì'e osservare che , se ci prendesse vaghezza di tentare una topografia per tutti i nomi incontrati nella cronaca di questo territorio, cadremmo certa-
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mente negli errori commessi da altri, pei quali alle invenzioni si vuol dar parvenza di cosa vera e reale. E basti per tutti un solo esempio: la questione valorósamente dibattuta sulla desi- gnazione del luogo di Roncaglia, sede delle diete imperiali, ed alla quale dovremo esclusivamente dedicare un intero capo.
Il disgusto dell' Utopia — come fu fantasticata da Tomaso Moro — ci consiglia, quindi, a riprodurre in nota, senza com- menti, il diploma con cui Ottone III confermava al suo Roggiero già citato ed agli eredi di lui parecchi possessi e castelli nell'agro nostro (i maggio 997) ^ Per questo diploma vediamo indicati nell'elenco prediale i nomi di Maleo, Cavacurta, Bratti, Reghinera, Codogno, San Pietro, Busnadori, Ranare, Gerole, Campo Landrone , San Marcellino , Catterà e San Fiorano.
E pur citato , nel documento , Casale Lelandi , che fu tra- dotto Caselle Laudi , traduzione errata perchè la famiglia pa- trizia di Piacenza, presente proprietaria nel luogo, circa il 1000 chiamavasi non Landi ma De Andito, dal vicolo (andihis) presso l'odierna chiesa di S. Francesco, dove teneva le sue case mu- nite. Inoltre , le successive Caselle Landi eran poste non già sulla sinistra, ma sulla destra del Po; e se nei secoli posteriori trasmigrarono al di qua, ciò dipese da un taglio fattovi espres- samente, come apparirà in processo dell' opera.
Dati quei tempi e le liberalità ottoniane, più benevole al clero che ai civili, stupirà ognuno il pingue donativo fatto ad un barone, per quanto favorito dell' imperatore. Ma non si creda che i prelati lasciassero Roggiero di Bariano nell' uso pacifico dei suoi beni ; chè , anzi , glieli contestarono , come risulta da un verbale di causa ^. Il vescovo di Lodi si querelò contro Rog- giero, e, sulla publica via a Turano, tenne in proposito un placito il conte Benzone, messo imperiale, il quale — con in- dipendenza rara per quei tempi — riconobbe i diritti di Rog- giero (5 agosto 1000).
Precorso dalle più strane profezie degli empirici del tempo e circondato come da una mistica nebbia, giunse il primo giorno del secolo XI. I popoli, fra le loro traversie perenni, non avreb- bero forse meditato la non mai più vista data, se il sentimento religioso non li avesse spinti a ricordi ed a riflessioni attinenti.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
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Da anni parecchi venivan ricordati i versetti che
L'inspirato di Patmo evangelista
consacrava alla fine del mondo, cui facevasi coincidere coli' ul- timo di del X secolo. L'antifona del « mille e non più mille » risuonava già all' orecchio di due generazioni. Finalmente, come eran molte le turbate coscienze per commesse iniquità o per disoneste imprese, così allo approssimarsi del fatale prescritto del cielo all' umanità, i rimorsi ed i terrori furono pari alle pec- cata, e si videro da ogni parte accorrere i penitenti colle libe- ralità in mano, a inginocchiarsi ai deprecati altari, per ottenere dal Signore la remission delle colpe e la grazia di una buona morte, dal momento che morir si doveva.
Così come si subisce l'assalto della ebrezza per la vita, s'era allora invasi dalla passione per la buona morte; ed eran poche le pergamene di quei dì in cui i notari , rogando atti publici, non li cominciassero colle formule riproducenti il colore del tempo, in questa guisa concepite: « mundi fine », o « mundi termine appropinquante », o « prò remedio animcB mece », o « si adhuc mundus erit » e simili. Dopo la quale intestazione veniva di rigore la liberalità od il lascito testamentario a questa o a quella opera religiosa. Monaci e preti accettavano nel looo ciò che gli altri fuggivano di avere, e se ne facevan fare atto ro- gato da mani notarili per le questioni che potessero insorgere dopo distrutto il mondo ^.
Alcuni ecclesiastici oppugnarono apertamente la credenza nella imminente fine dell'universo, e fra gli altri Siccardo abate dei cluniacensi e Abbone abate di Fleury. Ma essi furon così pochi che la storia registra quell'epoca caliginosa come quella in cui i fedeli larghissimamente donarono e larghissimamente il clero impinguò, mentre intervenivano anormalità inaudite.
I servi della gleba mutavano — instanti i padroni laici — il saio dell'agricoltore nella tonaca fratesca, e così gli schiavi d'oggi diventavano i monaci del domani. Ma fecer costoro i conti senza l'oste, imperocché, scorso il loóo senza la temuta catastrofe, molti padroni civili ed ecclesiastici costrinsero ad escir di chiostro ed a tornare alla servitù delle zolle i loro dipendenti, già emancipati nella malesuada ora della paura.
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 6
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Specialmente oltre Alpi si compierono le più immani strava- ganze, allorché nella clessidra stava per precipitare il granello del looo; così che il Chateaubriand* narra di interi paesi in pochi dì spopolati, perchè monacatisi e uomini e donne, spe- cialmente nel mezzodì della Francia; onde una improvvisata emigrazione religiosa dalle floride terre, bisognanti di braccia umane, alle balze inospiti e deserte del Delfinato.
Però — venendo finalmente all' «ambiente» che oseremo chia- mare domestico — non ci sembra temerità l'asserire che questo benedetto e maledetto lOOO non fece proprio in queste nostre Provincie una grande impressione. Abbiamo, in prova, le me- morie storiche piacentine per le quali si sa che il vescovo Sigi- fredo se ne andava appunto in quell'anno in pacifica visita pastorale, riattando chiese e compiendo gli obblighi ordinari del proprio ministero; e vediamo inoltre che a Cremona gli animi dei cittadini mai forse come nel fatidico lOoo si trovarono ec- citati contro il clero e contro le pretese sue. Ci sembra, quindi, dimostrato che non era nei nostri paesi che potevasi andare in traccia d'emozioni pel terribile evento, onde la terra sarebbe precipitata nel nulla.
Pel resto, lo svolgersi di quegli strani giorni parve quello di una malattia che i medici direbbero di carattere ; come questa, quel morbo sociale procedette, fu all' apogeo e dileguò ; di settima in settima le condizioni si aggravarono, parvero disperate, miglio- rarono. E, se è vero che la convalescenza durò alcun tempo, è verò altresì che , una volta guarito , il paziente si trovò colle sue forze moltiplicate, sgombro il cervello ed il cuore da larve spaventose prima, risibili poi; riafferrò la propria croce od il proprio scettro, rimettendosi in via pel fatale andare; ed il looo rimase povera e comune data, scoronata affatto da quella fosca nube in cui l'avvenire pretendevasi sarebbe stato rav- volto, e d'onde invece esci per riprendere il suo mandato filo- soficamente progressivo.
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NOTE AL CAPO VII.
^ Questa carta preziosa fu trovata da Lodovico Antonio Muratori nel- r archivio dei canonici di Cremona:
In iiomifie saficte et individue Trinitatis. Otto divina /avente clementia Ronianorum iniperator Augustus. si dignis nostrormn fidelium peticionibus mires Giostre maiestatis accomodaverimus . iustum atque ratum veritatis sericm firmissiìne censemus. Quocirca noverit omnium presentium scilicet ac futiiroriun fidelium nostrorum universitas Eribertum nostrum dilectum cancellarium nostram suppLiciter adiisse presentiamo petens et observans ut Rogerio Fideli nostro, suisque successoribus confirmationem et corrobora- tioncììi tai)i corum prediorum, que nunc in Italico Regno habere videretur, quam que in futuro adquisiturus est, facere dignaremur. Unde per hoc nostri Pragììiatici paginam . . . auctoritatem confirmamus et corroboramus eideni Rogerio, suisque heredibus, omnia Predia sive Castella cum Villis et pcrtincntiis suis, que hic nominative posila esse videntur : Malleum, SarrauìH, Corlclariam, Cavacurtam, Casale de Mari, Bevercum, Campimi vacarum, Brattum majorem et Bratum mijiorem, Picinasco, Melade, Ra- ginaria, Solar iolo, Codug7io, Sancto Retro, Uuidelmarii, BtLsinadurio, Ranairo, Morargo, Achazola, Altinasco, Ledosa, Nespolo, Solairo, Braida Aribaldi, Glariolam maiorem, et Glariolam minor em. Campo A?idroni, Sancto Marcellino, Gatairo, Campovacairo, Casale Sichonis, Sancto Flo- riano, Campo Boaro, Isola Pertegida, Casale Lelandi, Teipida, Novelida, Castellum Aribaldi, Cuchuzo Bariayio, Sanctam Mariam, Casalhio Mu- ziani, Chaluro, Montecellum, Bucionem, Pratum Alonis, Baldisico, et in Valle Camoiiica omnia, que ad Barrianum et Monticellum, seu ad Bergiem pertincre videntur. Insuper si quid inter hec omnia ad nostram partem r espici f, aut interiacet ; eidem Rogerio, suisque heredibus concedimus atque largimur, ut faciant ex inde quicquid eorum animiùs decreverif^ remota omniuìn homÌ7ium contradictione. Si quis autem hujus nostri Precepti auctoritatem. quod 7ion credimus, hifriìigere temptaberit sciai se conipo- siturum centmn libras auri optimi, medietatem Kamere nostre, et me- dietatem eidem Rogerio, suisque heredibus. Quod ut verius credatur, diligenti US que ab omìiibus observetur , sigilli nostri impressione hanc pa- ginam nostre auctoritatis et confirniationis subterius insigniri precepimus.
Signum Domni Ottonis serenissimi Imperatoris.
Eripertus Cancellarius ad vicem Retri Cuma?ti Episcopi et Archicancel- larii recogfiovit.
Data Kalendis Madii Anno Dominice Incarnatio7tis DCCCCXCVII Dormii autem Ottonis Regriantis XV Imperaritis vero II Indictione X.
^ Anche questo atto fu reperto dal Muratori nell' archivio capitolare ■di Cremona.
^ Filippo Zamboni - Roma nel mille.
" Francesco Augusto Chateaubriand - // geriio del cristianesimo.
CAPO Vili.
La penitenza d' Ilderado — Il chiostro di S. Vito — I Goldaniga — La dotazione a S. Vito — Ecclesiastici ribelli — Aumento della potenza temporale del clero — Codogno e Castione appartenenti alla mensa vescovile.
chezza, fa riscontro la munifica fondazione d' Ilderado , che diè mano ad erigere il monastero dedicato ai santi martiri Vito , Modesto e Crescenzia, e divenuto poi celebre.
Il chiostro di S. Vito ha la sua leggenda e la sua storia; e intorno a questo luogo — che vanta parecchi secoli d'esistenza, e che, secondo il Goldaniga, aveva un castellaro longobardo alle rive del Gerundo — furon numerosi gli studi e sono autentici i documenti.
Ilderado, conte di Comazzo — uno tra gli eminenti signori del Lodigiano, se non di Lombardia tutta, e vivente a legge ripuarià — fondò il detto convento ad espiare gravissime colpe. E il penitente che, nel documento costitutivo, parla così :
« Sappiano tutti i tementi del Signore che io feci voto a Dio di condurmi 'in Gerusalemme, alla soglia del santo sepolcro, per
I è già parlato, intorno alle donazioni d'indole religiosa,, anche di quelle precipue della contessa Anselda e de' suoi figli, e di quelle in favore dei monaci di Lodi. Ad esse, non minore d'importanza e di rie—
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Ottenere indulgenza de' miei peccati; ed avendo anzi tutto fatto conoscere alla santa sede apostolica il mio delitto, e come altri- menti non potessi medicar le mie piaghe, essa mi comandò di andare in peregrinaggio per tre anni consecutivi, cioè per tre volte, a Gerusalemme, e le altre ad altri oracoli di santi; di adorar Dio a piedi scalzi, senza cavallo nè bastone, senza spe- ranza coniugale, e nel luogo dove passassi il di non pernottassi. Ma, vedendo io che mai non avrei potuto sopportare così tanti travagli, caddi a piè del pontefice, chiedendogli in lacrime mi ^sollevasse da così gran peso di penitenza. Egli, infatti, mosso a pietà, mi comandò di edificare un monastero, e di offrire a Dio le decime di tutti i beni e possessi da me al chiostro attribuite ».
Siamo, dunque, nel vero spirito dell'epoca: l'opera religiosa è frutto dell'assoluzione di un crimine; un'altra conquista della chiesa, che compensa così la tacitazione di un fiero rimorso.
Al conte Ilderado — non sappiamo se nella colpa o solo nella riparazione di essa — si unisce Rolenda, di legge longobarda, sposa a Ilderado; la quale concorre alla fondazione ed alla ric- chissima dotazione del monastero eretto nel loro castello. Il monastero viene assoggettato alla sovranità religiosa della chiesa gerosolimitana del santo sepolcro, coli' onere di pagarle un aureo denaro — equivalente a cinque soldi milanesi — pel convento « detto di S. Vito, nel luogo detto Casale Lupano, o Senedoco, o Camairago ».
Il documento che registra queste disposizioni è largamente mentovato dagli storici, e fu rogato dal notaro e giudice del sacro palazzo Luitprando, al cospetto di Arduino e di Alessandro Metteratti conti di Lodi, fratelli a Rolenda, e d'altri molti, sulla publica strada presso il porto detto Pirolo o Piriolo ; luogo — scrive il padre Fumagalli ^ — dove prendeva terra la nave di trasporto sul fiume , e certo dov' è presentemente Gera. Tra le firme ed i geroglifici raccolti da Luitprando, figura teste, ed alfabeta « Albericus de Goldenica » , che firmò di suo pugno ; ond' è provato che i Goldaniga appartengono ad una delle più antiche famiglie originarie di questi luoghi, e che — ripensando alla profonda ignoranza di quei tempi, in cui l'essere illetterato €ra di regola — Alberico Goldaniga fosse persona egregia. Il che
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si riafferma pure pel cognome che fin d'allora ne contraddistingueva la famiglia, e per il suo intervento ad un atto così importante, con nobili personaggi , al quale egli non sarebbe stato presente se — come ben osserva il Cortemiglia Pisani — fosse stato un uomo volgare.
Da una non vecchia publicazione storico-geografica — la quale, per vero dire, è un vero vivaio di errori tipografici — e che fa dipendente Casale Gausari dal monastero di S. Vito fino dal 985, a Cesare Cantù ^, che pone la fondazione del monastero
stesso al 1030; tra il sacerdote Porro che la pone al 998 — e non dal papa consigliata ma dal vescovo Andrea — ed il francese Lubin ^, che la colloca al 1019, noi abbiamo creduto di attenerci alla data notata da Cesare Vignati il quale dimo^ stra che 1' atto non poteva essere ante- cedente al 1025 ; poiché in quell' anno Rolenda aveva celebrato solo gli sponsali,, ma non era ancora congiunta in matri^ monio con Ilderado , e che, per l' indi- zione, solo nel 1039 l'atto stesso potè esser rogato.
Luoghi costituenti la dotazione d' Ilderado e di Rolenda furono r
Casal Lupano — detto altresì per sinèddoche S. Vito — in vicinanza a Castione, com'è provato dalla ancor vigente de- nominazione di Campi Lupani, attualmente di proprietà Milani e Bignami, tra Castione e S. Vito ^.
Metà della corte di Senadogo colla villa, il castello e la chiesa di S. Colombano. Senadogo o Senadochio — come in- dica la sua etimologia greca — fin dal 1000 aveva ospizio pei viandanti in assiduo romeaggio.
Metà della corte di Vinzasca, col suo porto; la quale oggi è in territorio cremonese oltre Adda, e allora pare appartenesse al Lodigiano.
Casale Causale o Gausarii (Casalpusterlengo), con decime, mulini, folle e le sue quattro chiese: di S. Salvatore, SS. Ger- vaso e Protaso, S. Zenone e S. Martino, che aveva diritto di quarta sulla corte di Zorlesco.
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La corte di Monte Ilderado (Somaglia) con otto mansi di terra , e Sorlago « presso San Fiorano , con tutto quel lago o rio che ha foce nel Lambro ».
Camariaco o Camairaco, colle sue decime, quarte, onori, di- stretto e chiese.
Il luogo di Cataria o Catterà, con distretto o decima, colla metà della corte di Tilio « presso Casale » ; la quale — secondo un istromento d'enfiteusi del notaro Ciacomo Brugazzi (22 no- vembre 1494) e una convenzione fra il rettore di una chiesa di S. Ciovanni Battista ed i fratelli Del Maino — risulterebbe identificata nei luoghi della Biraga e di Terranuova.
Finalmente il monastero di S. Vito si ebbe dai Comazzo l' in- tera corte di Cerenziaco e mezza la prossima villa di Nauterio (Villanterio) oltre Lambro; e molte altre terre su quel di Lodi, di Milano, di Bergamo, di Brescia, di Mantova e di Reggio Emilia.
Un prete Pietro di Casale Causarii paga a Ilderado da Co- mazzo mille libre d' argento per i fondi da costui posseduti in Codonio (Codogno), e per la sua porzione di castello, cu7n to- limen et /osato, e della cappella edificata in onore di san Biagio, coir area presso il castello (4 maggio 1025). Così il Vignati®; il quale aggiunge che con quel contratto prete Pietro acquistò r intera proprietà di Codogno , da lui trasmessa ai vescovi di Lodi, che più tardi appariscono signori di questa corte.
Regnando Arduino (1002), il vescovo Andrea, dopo aver pensato alla penitenza del signor di Comazzo, volse certamente lo sguardo anche al decoro ed alla ricchezza della mensa sua, e riesci a fregiarla di vero oro. Egli ottenne infatti dal re , per sè e pei propri successori , il diritto alla pesca dell' oro in Adda , da Rivolta a Castelnuovo ; lucro positivo e fin da quei tempi in Lombardia ricercatissimo dai ripuarì ai corsi d' acqua
Cherardo, canonico di S. Maria in Cariverto in Piacenza, acquista da Rainerio, pur esso canonico della catedrale, molti beni sul Piacentino, tra cui proprietà e ragioni su quel di Val- loria (2 novembre 1002) — in quei tempi, come altri luoghi già da noi accennati, parte del distretto oltre fiume — lascian- done usufruente il venditore e, lui morto, per un terzo suo figlio clerico Teodisio, e per due il fratello di costui Cuiniccio e
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loro discendenti, con facoltà di diventarne proprietari se non avessero avuto prole. E ciò evidentemente per persuaderli a non escire dal celibato, fin d'allora proposto dalla chiesa ai suoi ministri come stato di maggior perfezione.
Eran quelli appunto i tempi nei quali più vive che mai divampavan le lotte pel celibato dei preti; e, siccome il clero lodigiano da prima favoreggiava l' antica consuetudine del ma- trimonio, così Pier Damiani, qui legato pontificio ad hoc, ripeteva a Cuniperto, vescovo di Torino, colle parole bibliche, che « i pingui tori e i molti vitelli della chiesa lodigiana cospi- ravano armati contro di lui e furiosamente strepitavano ».
Il testamento del diacono Gherardo fu letto da Tadone, messo imperiale, stando a giudizio in Castelnuovo, nella casa del mar- chese Ugo, a cui Gherardo lasciava l'usufrutto di undici mila iugeri di terreno (gennaio 1034). Il clerico Teodisio, figlio di Reinerio, donò al monastero di S. Savino oltre diciotto mila pertiche (1037) da lui per tre mila lire di conio acquistate da Giovanni, canonico della pieve di S. Faustina di Tuna, una parte delle quali in Canavella , luogo esistente al di qua del Po , ora scomparso.
Al dire di parecchi "cronisti , tra i quali il Puricelli ^ fu nel marzo «dell'anno settimo dell'imperatore Corrado» (1034) che Ariberto da Cantù o d'Intimiano, arcivescovo milanese, legò parecchi beni a monasteri e ad ospitali di Milano. Fra tali beni sono Horreum (Orio), Senna, Vicopizolani (Pizzolano) Roboreto Rovedaro), Comariago (Camairago) e Cavacurta ^.
Qui pervenuti, ci si affaccia, come caratteristica del XI se- colo, l'enorme aumento della potenza temporale del clero. Si direbbe che non passa giorno in cui i tabellioni d'Italia non roghino testamenti, legati, donazioni fra vivi di beni o di diritti a favor della chiesa. Il 1000 è trascorso, sembra debbano essere da tempo svanite le tetre visioni del temuto finimondo; ma in- vece, e proprio durante l'abbassamento dell'autorità morale ec- clesiastica, come fiumi al mare corrono al clero le ricchezze territoriali dei fedeli.
Occorrerebbe una biblioteca alla monotona registrazione di tutti questi atti ; raccolti con una pazienza monacale nelle nostre
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note, essi ci sogguardano a centinaia; ma, dopo opportuna me- ditazione, siam venuti nel pensiero di non infliggerne la intera congerie ai lettori. Però non possiamo dispensarci dall' accen- narne alcuni fra i più interessanti in fatto di trapassi di pro- prietà o di possesso, dal principio del XI alla metà del XII secolo intervenuti, i quali stanno come la decima pietra miliare fra le consorelle sulla via di Roma. E con questo temperamento soddisfacciamo per una parte al compito prefissoci, e per l' altra risparmiamo l'esposizione d'una infinità di nomi, di date, di confini, inutili in queste pagine.
La pia famiglia dei Comazzo — Rolenda, e Lanfranco ed Imilla coniugi — e Adalberto da Brembio donano a vescovi o a chiese di Lodi beni e diritti nella solita plaga da Casal Lu- pano al Pirolo (1044-105 1).
Adeleida, abatessa dei SS. Sisto e Fabiano di Piacenza, riceve in sentenza la proprietà della corte e del castello di Larderà (1052).
Grimerio del defunto Adalberto Visconte, piacentino, dona la Mezzana alla chiesa ai Piacenza, e ne è poi investito a titolo di feudo (1057).
Enrico III concede al monastero piacentino di S. Sisto l' isola di Roncarolo, presso Larderà e il Corno (31 ottobre 106 1).
Lanfranco, prete della pieve di Banano, offre al vescovo di Lodi alcune terre presso S. Vito e Senadogo (21 febbraio 1065).
Si ha una bolla di papa Innocenzo II, relativa alla conferma al monastero sistino di Piacenza delle chiese di S. Michele e di S. Bartolomeo in Castelnuovo (1132); onde poi ferocissima e diuturna contesa arse fra piacentini e cremonesi pel possesso di quella terra e fortezza.
Accenniamo, infine, alla donazione dei conti Palatini di Lodi agli eremitani gerolamini di S. Pietro in Senna, di circa diciotto mila pertiche di terreno (1144).
Coir acquisto di così ingenti proprietà il clero assumeva pure per concessione il pieno diritto di investitura in altrui, diritto esercitato da vescovi, da abati e da commendatari.
Infatti, il vescovo Giovanni dava in pegno, per la somma di trecento monete nuove milanesi e per otto anni , ad Uberto
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de' Casetti di Lodi, abitante in Milano, tutte le rendite che il vescovato laudense traeva da alcuni beni della mensa, tra cui Orio — dove tal Sempretto ed altri avevano usurpato gli epi-^ scopali diritti — e Codogno, Castione, Luviraca (Livraga), Rónco- e San Martino in Strada (settembre 1142).
Nè vogliamo negligere che circa quei tempi Algisio, abate benedettino di S. Stefano al Corno, investì alcuni signori da Arena e del Cairo o del Cario ed altri, tutti patrizi piacentini, della metà del transito e del porto sul Po appartenente a quel convento, mentre l' altra metà — com' è noto — spettava al bre- sciano monastero di S. Giulia.
Tra le opulente possessioni se non in tutto in gran parte sottoposte alla mensa vescovile di Lodi fu la corte di Codogno» Quivi la mensa diocesana aveva acquistate parecchie ragioni ; in conseguenza del cambio fatto di alcuni beni dal vescovo Arderico Vignati col codognese Arnaldo de' Foldi^^, secondo» il Manfredi, o Rialdo di Goldia, secondo il Vignati (1127).
Andrea e Bonanno Rigizani, livellari del vescovo Lanfranco, èrano obbligati a consegnare l' affitto nel castello di Codogno y ed i codognesi erano tenuti altresì verso il vescovo al fodro, all'albergarla e al distretto (1153). Non sembra per altro che oltre quest' anno continuassero a fiorire questi vescovili vantaggi perocché un Arialdo Goldaniga — potente signore dei luoghi e forse il medesimo citato dal Vignati — tolse alla mensa lodi- giana il possesso di Codogno e di Ronco presso Livraga (11 53).
Ma il fuoco del potere temporale dei vescovi laudensi era Castione; e là tennero per lunghissimo tempo giurisdizione feu- dale; vi avevano potestà ed uficiali propri, castellani di loro elezione. Fermi nel loro « uti possidetis », non cedettero a pretese altrui ed in Castione sostennero interminabili liti per garantirsi l'integrità dei possessi.
Così, Arderico Vignati liticò con Arderico e Guerico o Gual- tiero da Cuzigo, capitanei di Melegnano. Dopo qualche tempo dall' inizio della contesa, Alberico Merlino, vescovo, in segno di riconoscenza per Federico Barbarossa, riedificatore della sua città distrutta dai milanesi (11 5 8), a lui cedette spontaneamente ogni sua ragione su tutte le terre della mensa; ma l' Hoestaufifén
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reinvestì con diploma da Pavia l'antistite Alberico dei dritti e delle facoltà abbandonatigli (24 settembre 1164).
Sul diploma era stata dimenticata nell'elenco la corte di Ca- stione, fra le cedute e reinvestite; ma il padre Zaccaria — che trascrisse ad verbum da memorie lodigiane del tempo del Bar- barossa il documento in discorso — indica nelle note sotto- poste allo stesso la corte, il castello, la villa di Castione ed ogni loro pertinenza.
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NOTE AL CAPO Vili.
* Angelo Fumagalli - Antichità longobarde.
^ Cesare Cantù - Storia degli italiani.
^ Augusto Lubin - Descrizione delle abazie d' Italia.
^ Cesare Vignati - Codice laudense.
^ Ghizzoni Settimo - Castiglione d'Adda dalla sua origine ai 7iostri giorni. È questo un libro domesticamente edito e bizzarramente stampato dallo stesso sacerdote Ghizzoni (1890) a copie limitatissime di numero, cosicché se ci fu dato consultarlo, lo dobbiamo alla cortesia dell'esimio autore.
^ Cesare Vignati - Illustrazione del Lombardo Veneto.
' Ricordiamo, infatti, una concessione di Ottone III al vescovo di Ver- celli « di tutto r oro che si trova e si lavora fra l' episcopato vercellese ed il contado di Sant'Agata (Santhià) », ed un'altra, pure di quegli anni, alla nobile famiglia vigevanasca Biffìgnandi, a cui viene riconosciuta come di diritto l'estrazione dell'oro dalle sabbie del Ticino.
^ Gio. Pietro Puricelli - Trattato della basilica ambrosiana.
^ Documento dell' archivio di stato di Milano , trasunto da Alessandro Riccardi.
Matteo Manfredi - Vite dei vescovi di Lodi. " Cesare Vignati - Codice laudense. Fodro era un diritto di esazione in occasione di viaggio e di spedi- zioni militari, corrispondente aìV annofta militaris dell'impero romano; l' albergarla o parata obbligava i sudditi ad albergare il sovrano, i suoi rappresentanti ed il suo seguito; distretto era il potere coattivo apparte- nente al possessore per tutta l'estensione del possesso. " Pier Francesco Zaccaria - Serie dei vescovi laudensi.
CAPO IX.
Vescovi guerrieri — Ariberto da Canm — Il carroccio — Dissidi eccle- siastici — Le battaglie della Motta e di Campo Malo — Sconcordanze topografiche e cronologiche — Alcuni vescovi di Lodi.
UTTO un periodo storico è rappresentato dalla potenza dei vescovi , che accampano come soldati e contro il feudo già forte, e contro il comune nascente. Nè altrimenti doveva avvenire da poi che — e 1' abbiam detto a suo luogo — gli imperatori avevan costituita la autorità terrena di essi tanto più gagliarda quanto più eran convinti che r episcopato , carezzato ed esaltato dall' impero , avrebbe finito per essere un baluardo di resistenza contro il potere costituito dei nobili e contro le aspirazioni popolari. Per tal modo , se i vescovi in materia di religione e di disciplina dipendevano dal vescovo di Roma, per tutte le temporalità rilevavano esclusiva- mente dall' imperatore , e più che ecclesiastico era politico il carattere della loro dignità.
Impugnando colla sinistra la croce e colla destra la spada, come più tardi fece a Bologna Giovanni Visconte arcivescovo milanese — che, tolta la città al papa, ai legati di questi nel pontificale della messa in quel modo dichiarava difendere la sua conquista — sfilano nel secolo XI i vescovi italici sui loro cavalli di guerra, e più che il mite evangelio seguono e battaglie
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e vittorie, a estendere la sfera dei dritti e di territorio e di privilegi e di comando. A volte il casus belli sarà per essi sem- plicemente religioso; ma più soventi li spingerà, condottieri mitrati alla pugna, la volontà suprema di fiaccare e debellare sudditi ribelli o minacciosi vicini.
Non dobbiamo noi dedicare parte speciale a tutti codesti tor- bidi accadimenti; ma, siccome proprio sul nostro territorio sorse € si svolse uno degli importanti episodi di guerra vescovile, ci è mestieri dare ai fatti terrieri le espressioni di quel grande spirito belligero onde tante lacrime e tanti guai desolarono Lombardia, sino al dì in cui — venuto terzo nel dibattito il simulacro glo- rioso del rievocato comune — l' aspirazione al libero regime del paese trovò virtuale creatore del nuovo simbolo d'alleanza l'ar- civescovo costruttor del carroccio, ed oratori nelle innumerevoli adunate italiane i vescovi italiani, insegnanti ai giurisperiti del- l' imperatore la filosofia generosa del vecchio diritto della patria.
Ariberto da Cantù apre la serie dei vescovi guerrieri ; ed a proposito di lui è indispensabile spogliarci di qualsivoglia cri- terio a noi contemporaneo. Quasi nove secoli intermedi sono tale mordente da non resistervi nessuna vernice, nè pure la pa- triottica; così che, nè meno richiamando quel prete catafratto di ferro, non dobbiamo lasciarci andare alla deriva della lirica onda.
Ariberto fece e bene e male e mediocremente; ma, ad ogni modo, l'esser egli pervenuto integro e distinto sino allo sguardo dei lontani posteri, sta argomento che non per nulla Luigi Set- tembrini lo qualifica l' eroe d' Italia nova al cospetto del sacro romano impero.
Non andremo coi filocritici moderni a scrutare i precordi del patriotismo che rimase suo luminoso retaggio nella fuga dei secoli ; ma certo è che Ariberto , servendo alle aspirazioni di Lombardia , iniziò l' opera sua servendo all' interesse proprio. Non tutto da purissima fonte zampillò certo il getto della gloria che gli appartiene, e per questo anche la sua leggendaria figura non ha il diritto di sottrarsi al giudizio comune.
Appena cinta l' infula di metropolita milanese (io 1 8), Ariberto primeggiò. Bastava il suo pastorale mandato a configgere su terra, discussa, perchè e conti e marchesi contendenti ne rispet-
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tasserò scrupolosamente il mimico ma incancellabile verdetto. Uomo di ferro, era naturale cozzasse; e T'orgoglio suo trasse gli ottimati lombardi a ribellarglisi.
Scoppia il dissidio; si acuisce la lotta; i capitanei stanno per lui ; ma i precipui coi vassalli minori s' intendono, s' alleano coi
Ariberto da Cantù, dall'affresco della biblioteca Ambrosiana di Milano.
compagni d'altre città, formano una motta; scintillano le armi; rumoreggia la battaglia; Ariberto affronta la tempesta.
Ma l'oste nemica è agguerrita, la sua disciplina potente, le sue arti soldatesche insigni. Qual diga opporre? quale esercito improvvisare all' infuori delle reclutate fra i coloni e gli artieri , inesperti a mavorzie esercitazioni? Divinando coli' attimo la forma del sentimento, Ariberto trova il carroccio.
Il gran carro — simultaneamente tenda ed altare, labaro e simulacro, palladio e quartier generale — imponeva per sè la santa incolumità della moderna bandiera; perdere il carroccio signifì-
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cava il culmine della disfatta ; sgominarne la guardia voleva dire raggiungere il trionfo. La storia, la poesia, la leggenda cospira- vano a far del carroccio qualche cosa di oracolo; sulle sue antenne la fantasia ravvisò Dio ed i cicliti discesi a scudo e a propugnacolo de' suoi ; ed è una figurazione del sentimento pu- blico il fulgido distico invocativo di Giovanni Berchet:
Dove son le tre nunzie dei santi, Le colombe che us€ir dall'altare?
Col carroccio e colle schiere degli assoldati mosse Ariberto sue guerre; delle quali una contro il Lodigiano, a patrocinio — egli sostenne — de' suoi privilegi ecclesiastici.
I laudensi, morto Nocherio (1027), gli avevano sostituito ad ordinario diocesano Oldarico Gossolengo , patrizio di Cremona. Ariberto cassò l' elezione , ed avocò a sè il diritto concessogli per diploma da Corrado (1025), pel quale egli credette arrogarsi non solo F esercizio del ministero spirituale , ma altresì quello delle temporalità annesse nel contado lodigiano.
Lodi mantenne la propria nomina e respinse Ambrogio Ar- chinto da Aduno , cui Ariberto aveva consacrato invece del Gossolengo ; e clero e popolo lodigiani minacciarono di ricorrere all'imperatore per ottener la revoca del concesso privilegio, eh' essi dicevano assolutamente surrettizio. Inutile è toccare mi- nutamente di tutte le fasi della controversia fra l'arcivescovo e i lodigiani; la discussione passò ben presto nel dominio della guerra, e — secondo ci insegna la maggioranza dei cronisti — le forze contendenti vennero a battaglia prima alla Motta, poi a Campo Malo.
Questi luoghi offersero campo agli scrittori per determinare varie topografie corrispondenti. Cesare Cantù ^ , ad esempio — e non sappiamo come — afferma in modo reciso che Campo Malo fosse « tra Milano e Lodi » , indicazione altrettanto ge- nerica quanto impropria; poiché la ragione logica fa ritenere che cotesto luogo debba essere stato su territorio pavese o con- finante col pavese.
Infatti , il Ciseri ^ pone Campo Malo « nel confine del Lodi- giano, steso in pianura presso il fiume Lambro, di là dai monti
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di San Colombano da una parte, dall'altra sui confini del Pavese, e dall'altra il fiume Po »; ed il Porro ^ lo pone « sui confini del Lodigiano , verso il Lambro di San Colombano, confinante col territorio pavese e colle rive del Po » e riporta le parole dell' Ughelli che, rammentando Olderico, caduto da prode sotto un dardo nemico nel fatto di Campo Malo, dice : « Olderico , combattendo contro l'arcivescovo Ariberto ed altre genti vicine, morì presso Motta in Campo Malo ».
Ma lo stesso Porro stranamente afierma che la Motta indicata è quella detta « poscia Motta dei Visconti, posta sul confine dell'agro lodigiano » ; ed il Ciseri — riferendosi allo Zani ^ opina esser stata la Motta « di qua da Melegnano » tanto più che « per tradizione costante verbale si sa che poco di qua (1732) dall' ostarla del Bissone v' è qualche sito campestre che tiene tal nome, e nel catalogo delle terre descritte a' libri del contado si legge Sordio e la Motta, qual luogo di Sordio è la parochiale del Bissone e del sito della Motta ».
Della quale importa pure riferire che Massimo Fabi ^ la dice « villaggio alla sinistra del Ticino , sulla strada che da Abbia- tegrasso conduce a Bereguardo e a Pavia », ed accenna al com- battimento tra lodigiani e valvassori milanesi, avvenuto « vicino a questo villaggio (Motta) ».
In mezzo a questa sconcordanza , propendiamo verso l' opi- nione che si tratti proprio di luogo finitimo a noi.
Alessandro Riccardi — contradicendo al primo avviso di Cesare Vignati , che Campo Malo fosse dov' è presentemente Cantonale presso Orio Litta — stabilirebbe che il luogo in di- scussione, essendo « oltre Lambro » (come lo provano altresì alcuni documenti archiviati nella mensa vescovile), debba esser stato r odierna Camatta in provincia di Pavia, a tre chilometri sud-est di San Colombano, e di fronte allo stesso Cantonale, oggi comune di Senna; deducendo ciò anche da una deriva- zione e da una corruzione etimologica, la quale anche dal Vi- gnati — secondo il Riccardi medesimo — gli sarebbe poi stata « accettata ».
Il Riccardi dimostra pure come fossero affatto distinti il luogo, la corte e la villa di Orio dal castello , luogo e territorio di Codogiio e il suo territorio, ecc, — /. 7
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Monte Malo; ma il Vignati assicura che la campagna fra Orio e Chignolo, e sottoposta al castello di Monte Malo, chiamavasi di Campo Malo, il che identifica spesso nelle cronache i due nomi; così come crediamo sufiìcientemente identificati e Campo Malo e Campo Marro, per 1' uso promiscuo della prima e della quarta consonante liquida.
Di Monte Malo va ricordato uno scambio di terreni, e di case in Orio , presso il castello di Monte Malo , tra il vescovo lodi- giano Cassino e Martino, abate di S. Cristina (giugno 115 3), probabilmente in conseguenza del lodo arcivescovile sulla demoli- zione di una chiesetta indebitamente eretta tre anni prima in Monte Malo stesso dall'abate, invadendo questi i diritti* del vescovo di Lodi. E dello stesso luogo tocca l'Anonimo piacentino^, scrivendo che i milanesi « edificarono torri e mura ed i castelli di Galliate, Trecate, Monte Marro, Maleo , Cavacurta e Corno (1154) ».
Il lettore avrà notato che la dissonanza fra gli autori nella esposizione attinente alle ultime vicende locali continua ed au- menta. Ma non solo è dissonanza topografica, bensì anche cro- nologica.
Per vero, non ci basta quasi il tempo di gittar gli occhi sulla corona di testi che ci stanno aperti dinanzi , per accogliere piuttosto l'una che l'altra versione disforme; qui, dove Cesare Cantù, colla imperturbabilità della scienza diplomata, ci insegna in un' opera sua ^ che il fatto di Campo Malo avvenne nel 1026, e in un'altra, anche sua che avvenne nel 1035; qui, dove pur Lodovico Antonio Muratori ^"^j principe degli annalisti, pone il sanguinoso evento nel 1036. E se la luce di questi due fari appar qui così intermittente, qual meraviglia se le faci minori sono ancor più incerte, più fioche, più oscillanti ?
Il lettore benevolo si faccia, quindi, una ragione, ed alla nostra aggiunga la pazienza sua, sì che d'amore e d'accordo possiamo una buona volta escire da questi periodi crepuscolari, e far li- bero cammino in pieno dì , sotto il raggio animatore della au- tenticata verità.
Comunque e dovunque sia avvenuto il fiero badalucco tra i valvassori milanesi ed i lodigiani, non finì la contesa con Ari-
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herto. Ucciso il vescovo Olderico, i lodigiani considerano che chi è morto giace e chi vive si dà pace , e per gustare un po' di questa, accettano per antistite Ambrogio Archinto; il quale, virtuoso e prudente, si dedica a riassettare le cose della diocesi. Ma più tardi Ariberto, coli' ausilio dell'imperatore, ri- torna alle offese , vince da capo , e domanda la conferma dei privilegi antichi.
S' oppongono i cittadini di Lodi , a mezzo di ambasciatori, al cospetto di Corrado ; questi ne ascolta benevolmente le ragioni , e le appaga revocando il privilegio concesso ad Ariberto, co- mecché tale concessione a lui pure sembra carpita. Nè basta, chè chiama V arcivescovo alla resa dei conti ; ma — turbato da tumulti tedeschi e da una pestilenza — l' imperatore torna in Germania. Ariberto ne profitta, reinvade il Lodigiano, e le discordie e le zuffe seguitano con varia vicenda sino alla sua scomparsa dal mondo (1045).
Lui morto, una benefica tregua permette al vescovo Archinto ■di dedicarsi tutto alle cure spirituali e temporali della diocesi, e per qualche tempo la sua figura attiva ed operosa campeggia nella cronaca paesana.
Egh* infiammò il clero e il popolo della diocesi a pietà ed a concordia, recuperò molti beni della propria mensa, specialmente quelli di Castione. Quivi mandò suoi delegati — fra i quali un Guglielmo de Ho — a sorvegliare fortilizi, ed un potestà per r annesso S. Vito ; e quivi pure riesci , per le imponenti dona- zioni fattegli, in gran parte dai Comazzo , ad ingrossare ancor più l'erario episcopale. Per lunga serie d'anni combattè il clero simoniaco ed i nicolaiti in una guerra senza quartiere; nella quale — stremato di forze e col cuore amareggiato per l' aiuto che ai ribelli veniva dall'autorità secolare — finì per soccom- bere, morendo più d'angoscia che di febbre (1056).
Dopo Ambrogio Archinto, la sede lodigiana fu vacante, fino alla nomina di Obizzone da Acqui, cui l'arcivescovo milanese Guidone da Velate accolse benevolo e consacrò. Non diversa la vita e la morte — se si ha da credere al Porro — ebbero Obizzone (1074) e Fredenzone (1091) suo successore, zelanti esecutori degli ordini di Roma, tendenti a ripristinare i semplici
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costumi della morale cristiana nel clero e nei fedeli, e pei quali si rese necessaria anche da noi la missione del cardinal Da- miani, di cui abbiani già tenuto parola. Si ebbero vescovi d' ac- cordo con antipapi, e per costoro partitanti e monaci e preti ;- onde la soppressione degli uni e il carceramento degli altri.
Ma poiché identici dissensi affliggevano quasi tutte le diocesi,, la questione invecchiando si fece grossa, e fu portata alla dieta che Lotario III intimò in Roncaglia (7 novembre 11 36).
E la dieta ci toglie per ora dal subbietto fin qui svolto, e ci avvia verso un orizzonte storicamente vastissimo, ma ingombra insieme di così fitte nubi , che ci toccherà nuovamente invocare la luce come scorta amica nel difficile cammino.
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NOTE AL CAPO IX,
* Cesare Cantù - Storia degli italiani.
^ Alessandro Ciseri - Giardino istorico lodigiano. ^ Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi. ^ Ferdinando Ughelli - Italia sacra.
Paolo Emilio Zani - Storie di Lodi. ^ Massimo Fabi - La Lombardia descritta.
^ Alessandro Riccardi - Le località e territorj di S. Colombano al Lambro.
* Chroìiicon placentinum.
^ Cesare Cantù - Storia degli italiani. Cesare Cantù - Illustrazione del Lombardo Veneto. Lodovico Antonio Muratori - Ajmali d' Italia.
I nicolaiti — da Nicola, una dei sette diaconi della chiesa di Gerusa- lemme — erano considerati setta eretica. Al tempo di cui è parola desi- gnavaLsi però con questo nome i preti diaconi e suddiaconi i quali pretendevano fosse loro lecito il concubinaggio.
CAPO X.
Le diete — Reghinera — Roncaglia — La questione topografica — ' Le cronache piacentine del Codagnello e dell'Anonimo — I cronisti lo- digiani — La monografia dell'Agnelli — Conclusione.
A dieta — di voluta etimologia greca o latina * , ma , anche per testimonianza di Tacito istituto pretta- mente germanico — era una tra le più importanti e certo la più solenne delle forme con cui il re o r imperatore determinavano i propri rapporti con quelli delle genti di lor signoria.
Non si può, tuttavia, ravvisare nelle antiche diete dei re o degli imperatori tedeschi qualche caratteristica della politica fisionomia che hanno i parlamenti moderni; poiché radicalmente diversa è la natura dei due corpi legislativi quali li divinarono il pensiero di Oliviero Cromwell e più tardi la rivoluzione fran- cese e il successivo impero. Entrambi gli istituti, però, dipendono dal principio fondamentale moderatore della suprema autorità personificata nel capo dello stato.
Le diete sorsero, senza carattere di regolarità e di continuità^ dal puro e semplice volere del sovrano. Quando questi sentiva la necessità di coordinare a nuovi criteri la sua politica interna, o quando lo pungeva il divisamento di compiere un'impresa
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guerresca, reputava suo vantaggio interrogare i grandi baroni e gli alti prelati che rappresentavano uficialmente il paese.
Ancora, quando questi due ordini eletti intendevano dirimere questioni o difficoltà collettive fra essi insorte, potevano adunarsi in dieta, che non era imperiale ma solo signoriale o prelatizia, così e come dal secolo XI fino al XVI si rileva dalle storie tedesche. La grande riforma luterana finì — ad esempio — per diventare vera e propria legge dello stato allor quando i prin- cipi germanici, e a Worms e ad Augusta, improntarono a fatto politico e nazionale lo scisma dalla chiesa dei papi, e nel mo- naco ribelle di Heidelberg videro non più solamente il riforma- tore religioso, ma il vindice della patria tedesca.
Se non che, le diete ancora oggi considerate dagli italiani appartengono alla serie delle sovrane. I re e gli imperatori — chiamati fra noi da papi o da principi e da città malcon- tenti, oppure venuti di lor talento seguendo bramosia di con- quiste — solevano come preliminari all'azione chiamare a raccolta consultiva i maggiorenti. Se chiamati , udivano lor ragioni e consigli, promulgando poi le proprie risoluzioni, per ciò solo trasformate in indiscutibili leggi; se spontaneamente calati, ini- ziando un simulacro di disputa, finivano per imporre la loro vo- lontà, riassunta nel verso strappato dalla poesia della vinta Roma :
Hoc volo, sic jubeo; sii prò ratione voluntas.
Circoscrivendoci — perchè è il caso nostro — alle diete im- periali , non è a negare che per quei tempi esse rappresenta- rono l'alba di un progresso ed un principio di libertà. Prima il gesto del vescovo principe o il cenno del barone feudatario costituivano esclusivamente — più o meno in disaccordo coi ruderi eterogenei delle legislazioni romana e barbariche — • le norme pel subbietto, al quale non rimaneva che la meccanica, bendata obbedienza. Ma quando gli imperatori — riassumenti il concetto della sovranità universale — provarono essi pure il bisogno di esporre i divisamenti propri e di udirne pareri, si capì che i popoli non eran stromenti affatto passivi, ma che anch' essi avrebbero potuto a mezzo dei loro alti delegati es- porre se non consigli certo desideri.
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Non si va, dunque, lungi dal vero affermando che dalle diete mosse i primi suoi passi quella pacifica ma inarrestabile evo- luzione onde spuntò il nuovo diritto publico d'Italia.
Era quello delle diete uno spettacolo imponente. Si tenevano in aperta campagna pel grandissimo numero degli accorrenti. Al ricevere del singrafo imperiale, nobili e prelati, grandi e piccoli signori si congregavano ; chiunque battesse stendardo feudale, o proclamasse comandi dal battifredo delle castella, o esigesse tributi, o usufruisse diritti, tutti convenivano in uno.
Sul mezzo della vasta pianura si gonfiava al vento il padi- glione sovrano , intorno al quale i maggiori e minori vassalli costituivano la non interrotta guardia d'onore al simbolico scudo, sorretto da un' antenna ; e notte e dì, pena la decadenza dal feudo in chi mancasse, vigilavano.
Le arcigne adunate eran pure giovate da sollazzevoli inter- ruzioni: mercatanti, saltimbanchi, indovini e quanta altra mai turba dedicata per mestiere a traffici ed a giocosità, conpen- savano e monarca e signori dell' austerità del loro compito, così che il campo politico era insieme quello di una fiera.
Parecchi luoghi di Lombardia servivano alle diete, e — se dobbiam credere al nostro Goldaniga — una tradizione assegna tra questi la vicina Reghinera, poiché Arrigo III avrebbe pro- nunciati lodi e costituite leggi in quella campagna, detta da ciò Regis area, onde le venne il nome.
Ma anche la tradizione riferita dal buon frate cade come ogni altro sforzo di aligeri etimologisti ; poiché Arrigo III venne in Italia nel 1056, e noi vedemmo già che Eriberto, cancelliere di Ottone III, nominava Reginaria la terra in questione, nell'atto a favore del conte Roggiero (997).
Siti precipui di diete furono pure, in Lombardia, Pratolungo sul Pavese ed i prati di Roncaglia. Qui Carlo il grosso, nella sua costituzione (884) prescrive : « Chiunque.... gli sarà coman- data la spedizione alla corte dei franchi, cioè a quel campo che volgarmente chiamasi Roncaglia, non accompagnerà il suo si- gnore.... sarà privato del feudo senza speranza di recupero ».
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In Roncaglia Ottone III tenne dieta che fu tragica (997). Dice, infatti, l'antico racconto che vi compariva al cospetto dell'imperatore la vedova di un conte di Modena, certo Amula, condannato su falsa testimonianza di Maria d' Aragona di Na- varra, sposa dell'imperatore medesimo. Costei aveva accusato il cavaliere Amula di seduzione, e all'infelice fu mozzato il capo. Chiese giustizia in Roncaglia la vedova di lui , attestandone l'innocenza colla prova del fuoco, ed Ottone la risarcì con tre- mendo giudizio, poiché fece ardere viva la propria consorte ^.
Corrado II bandi la dieta a Roncaglia, nella quale ebbe prin- cipio il gius feudale per legge scritta (1026).
Altre diete ebbero luogo in Roncaglia, bandite da Arrigo II {1047 o 1048); da Arrigo IV, quando l'imperatore fece disdire l'obbedienza a coloro che 1' avevano promessa al pontefice (1076 o 1077); dallo stesso Arrigo IV, che da Roncaglia m?ndò poi legati a Roma per sopire le nuove liti col sacerdozio (11 16); e da Lotario, nella qual dieta egli s' abboccò, con Innocenzo II papa, tornato di Francia (1132).
Quattro anni dopo si ebbe in Roncaglia una nuova dieta, in cui si. interloquì sul dissenso del clero lodigiano ; e altre due diete vi tenne Federico Barbarossa (1154 e 1158), delle quali succes- sivamente si farà parola.
A questo punto sorge un grave problema, reso ancor più arduo dalla insistenza concorde dei dott' nell' accettazione senza beneficio d' inventario di notizie relative alla topografia della famosa Roncaglia, notizie che le recentissime indagini comprove- rebbero errate, e che noi, si7ie favore et studio, esporremo.
Il Muratori, e quasi tutti gli storici che vanno per la maggiore, siano nostrali o stranieri — senza tener calcolo della turba dei pedissequi compilatori — si trovano d'accordo nel collocare il luogo delle diete imperiali tra Piacenza e Cremona, dove ap- punto, sulla destra del Po e la sinistra del Nure, esiste una Roncaglia, in comune di Mortizza; mentre altri — in numero esiguo, ma non per questo sprovveduto di buone ragioni — lo pongono alla sinistra del Po, in comune di Somaglia.
Le cronache piacentine di Giovanni Codagnello ^ e dell'Ano- nimo non potute studiarsi dai santi padri delle istorie di
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Piacenza — quali Pier Maria Campi e Cristoforo Poggiali — cronache scoperte, sulla metà del secolo che muore, nella biblioteca Imperiale di Parigi la prima e nel museo Britanno di Londra la seconda, ripetutamente accennano a Roncaglia. Ma il Codagnello e l'Anonimo — cui i critici moderni ritengono veri luminari storici de' loro tempi — non diedero un' idea chiara e recisa della Roncaglia in questione. Li abbiamo diligentemente con- sultati , e crediamo giovi sottoporre al saggio consiglio di chi legge tutte le ripetute citazioni di Roncaglia in essi contenute, e nella loro testualità :
MCXXXVI — , Loterius sectinda vice venit in Ronchalia ef fecit ibi festum oinnium Sanctorujn et Nativitatem Doiniìii in Vigheria et cepit sanctum Baxianum et Sunciìium, et Epiphaniani fecit in Trabacimio (Codagnello).
MCLIII — Rex Federicus \ pruno venit et fecit festum sanctì Andree in Roncalia et Nativitatis Domini apud Galliatum castrum Mediolani.... (Codagnello).
.... — Fredericns.... anno ter ciò reg7ii ejusdem, ab incar?iatione Domini fhesu Christi MCLIIII , indictione II de mense octubris Lombardiam cum magno exercitu intravit. Interea mediolanenses cum papiensibus erant in guerra.... Et.... aput Ronchaliam inter eos pacem teneri precipit.... Deinde venit Roxate et villam ef castrum succendit. Et Ì7ide recedens transivit Tichiuìn.... et circa Galliate sua castra fìnxit.... et castella Momi et Trezate dissipavit. Et inde discedens traìispadavit.... Cepit ossidere Terdona77t (^Anonimo).
MCLXXXX (IV) — .... Eode7n 77iense (maggio) imperator Enricus venit in Lo7nbardia77i , et prÌ77to Ì7itravit Mediolaman , postea ivit Papia7n ; die veneris tertio mensis junii venit Placentiam ; die martis proxÌ77io exercitus ejus venit Ì7i Ro7icalia , et stetit ibi cum do77iino Ì77iperatore per unum die ; die vero jovis, nono mensis junii, predictus exercitus transivit per Place7itia77t , et hospitatus fuit ille exercitus Ì7itus burgu}7i Pontemirii et deforis illis partibus ; et tunc predictus do77iinus imperator ivit fa7iua77i (Codagnello).
MCCXV — .... Existentibus tamen placentinis et medio la- nensibus in predicta expedictione (di Rovescala)^ cremonenses intraverunt in terra7n nostram, co77tbuseru7it parte77i Sparoarie et Roncalie, et Albiam atque Casale (Codagnello).
MCCXVI — .... milites et pedites de quatuor portis Medio- lani castrametati fuerimt ultra Padum in Ro7icalia Altera
scilicet die sabbati transpadaverunt et hospitati fuerunt inter Ti— donum et Sarmatum (Codagnello).
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MCCXLII — .... Deinde rex (Enzo) fecit diruere turres ecclesiarum de Sparoira, de Ronchalia et Albiano et Reperacto (Anonimo).
Riservando a più oltre la critica alle citazioni del Codagnello e dell'Anonimo, accenniamo che, tra gli storiografi e cronografi piacentini, informò l'opinione del Muratori il Campi, che fu pur se- guito dal Poggiali, dal Dal Verme, dal Boselli, dal Paveri Fontana, dal Molossi, dal Rossi, dallo Scarabelli, dal Pallastrelli e da altri.
Anzi , Bernardo Pallastrelli , commentando il Codagnello , non sa spiegarsi il « transpadaverimt » del brano riguardante l'anno 1216, su riportato, e scrive: « Questo passo è bene oscuro. Ritenuto che il cronista scrivesse in Piacenza, dice giustamente, rispetto a sè, che i milanesi posero il campo oltre Po, e ciò confermasi dall' aver essi poco poi passato questo fiume per recarsi tra Sarmato e Tidone. Ma di tal guisa il luogo di Roncaglia sarebbe stato sulla sinistra del Po , mentre era ed è sulla sua destra. Forse Roncaglia è da ritenersi nome generico, piani disboscati: così nel nostro caso s' intenderebbero i piani sulla sinistra del Po ».
Dalla quale dichiarazione discorda altra nota dello stesso autore , nella quale egli si esprime così : « Non è vero che la Roncaglia delle diete fosse nel territorio pavese o lodigiano , ma presso Piacenza, tra la Nure e il Po ». E publica nella stessa nota una lettera diretta al Poggiali dall' ingegnere piacentino Andrea Boldrini, incaricato di rilevare i piani del celebre luogo, lettera che è tutt' altro che significante , perchè non conclude assolutamente nulla.
Contro quella agguerrita falange, i cui legionari si possono ben dire valorosi, sta un gruppo di scrittori di cronache lodi- giane, animati dalla tradizione ; la quale però, troppo spesso fal- libile, fu causa anche dell' errore massiccio onde si intessono gli esametri di Jacopo Gabbiano^ (1530- 1580), che confuse Castel- nuovo alla bocca dell'Adda con Castelnuovo di Roncaglia.
Ma se Polinnia fece deviare il suo cultore, Clio resse la mente agli studiosi della questione, alimentando nei tempi la nozione che Roncaglia fosse posta nei luoghi abduani, qualunque si fossero.
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Così Vittorio Cada-mosto (scorcio del secolo XVI) scrisse: « Roncaglia è luogo che altre volte era presso l'Adda». E De- fendente Lodi e Paolo Emilio Zani (prima metà del secolo XVII), e Giovanni Cortemiglia Pisani (1811-1861) — altrettanto accurato che modesto — sostennero che il luogo dei Convegni signoriali sia appunto Castelnuovo di Roncaglia, già sede ospitale di im- peratori, ora negletto cascinale nelle solitarie bassure digradanti al Po dall'antico Monte Ilderado. E fèrvidissimo propugnatore di quest' opinione è Giovanni Agnelli, il quale — non raffreddato dalla freddezza di coloro per cui disprezzare il passato è cosa più comoda che studiarlo — publicò una pregievole disserta- zione che noi ci sforzeremo di riassumere, previo un breve esame alle citazioni del Codagnello e dell' Anonimo.
Dal primo passo riportato (11 36) vediamo che per una seconda volta Lotario sarebbe venuto in Roncaglia; il che non ci basta assolutamente per determinare di quale Roncaglia si trattasse. Nè maggior luce reca il secondo passo (11 54), nel quale si ac- cenna alla prima venuta del Barbarossa.
Ben più chiaro è , invece , il significato del terzo passo ri- portato dal codice anonimo , descrivente la stessa venuta di Federico (11 54),
E in Roncaglia che questi impone o finge imporre la pace fra milanesi e pavesi; da Roncaglia va a Rosate, ne arde il castello ; poi , tornando su suoi passi, varca il Ticino , pone campo a Galliate, devasta altri luoghi circostanti, e, partendone, attraversa il Po e assedia Tortona. Ora, chi non vede che il verbo « transpadavit » indica l' azione del valicare il fiume dalla sinistra alla destra? e come questo potrebbe supporsi se la Ron- caglia da cui Federico iniziava la sua partenza fosse stata sulla destra invece che sulla sponda lombarda del fiume ?
I critici di storia piacentini qualificano di oscuro questo ed altri passi, come abbiam visto ; e ne hanno ben d' onde, poiché geograficamente il loro concetto sul viaggio dell'imperatore è in perfetta contradizione col razionale itinerario ch'egli seguì. Federico che passa il Po per avviarsi a Tortona segue sua via varcando il fiume da sinistra a destra, ma non la seguirebbe più, supposto che egli la cominciasse dalla Roncaglia piacentina; nel qual caso
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il cronista avrebbe enunciato il passaggio del Po prima della presa di Rosate e non prima dell' assedio di Tortona.
Dal quarto brano (1194) potrebbesi, per contrario, trarre la conseguenza che il Codagnello intendesse per la Roncaglia del discorso quella piacentina. L'andirivieni dell'imperatore e del suo esercito, così com' è descritto, fra la città e il borgo di Pontenure e terre vicine, è indubitabilmente consono alla topo- grafia di Roncaglia sulla destra sponda del Po.
Questo pure farebbe credere il quinto brano (12 15), riferen- tesi alla combustione per opera dei cremonesi di Sparavera, di Roncaglia, di Albiano e di Gasale, o forse Casellas e poi Ca- selle Laudi, allora sul Piacentino e prossime a quella Roncaglia.
Il Codagnello, da Piacenza, rimette tutto in dubbio (12 16) esponendo che i milanesi accamparono « oltre il Po, in Ron- caglia » e il giorno dopo « traspadarono » e furono ospitati tra il Tidone e Sarmato; onde la immediata illazione che, per recarsi tra quel torrente e quel borgo passando il Po, essi ve- nivano da una Roncaglia posta sulla sponda sinistra.
Il re Enzo che nel sesto brano riportato (12 12) fa distruggere i campanili di Sparavera, di Roncaglia, di Albiano e di Repe- ratto, sta indizio importante che la Roncaglia qui accennata con altri luoghi del Piacentino sia sulla riva destra del Po.
Concludendo, sopra i sei luoghi dei citati antichi cronisti di Piacenza solo tre sarebbero in favore della tesi strenuamente propugnata dall' egregio bibliotecario lodigiano.
Naturalmente da tutte queste e diverse citazioni di luogo,, emerge senza dubbio che in quei tempi esistevano due Roncaglie, entrambe « poco lungi da Piacenza » e collocate sulle due rive padane opposte.
I cronachisti piacentini hanno — imitandosi gli uni gli altri ^ e rinnovando pedissequamente la indicazione del Campi — rite- nuta pel luogo storico la propria; hanno fatto del pari i pochi studiosi lodigiani — meno Alessandro Ciseri che sta coi pia- centini — per la Roncaglia del nostro agro. Ma non si può dichiarare che il parere dei primi sia sofìfulto da argomenti probativi accettabili ad occhi chiusi, nè che le avverse opinioni dei. secondi siano gratuite asserzioni. La critica storica fino ad
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Oggi non scioglie il problema, ed i due campi ancora mettono in mostra le proprie armi.
Sta bene, pertanto, che nel labirinto delle ipotesi, siano messi di fronte le disformi interpretazioni locali, la quale convenienza assume maggior importanza se si pone mente alla serie di ra- ziocini ponderati degli scrittori lombardi oppugnanti il pensiero dei transpadani.
Ed eccoci al riassunto della monografia di Giovanni Agnelli.
Adduce il contemporaneo nostro, tra gli altri argomenti anche i seguenti , che ci sembrano i capisaldi del suo dotto lavoro :
che dal fatto di avere l' imperatore Lotario — dopo la dieta di Roncaglia e retroceduto dal Pavese — varcato il Po, con- segue non essere stata Roncaglia quella del Piacentino;
che nessuno degli storici sincroni omette di collocare Ron- caglia in Lombardia;
che gli storici, situando Roncaglia <i apud Paduin , negano implicitamente ch'essa sia ultra, tanto più che l'indicazione « prope Placentiam » pertinente a quest'ultima, non contradice al valore della prenominata indicazione;
che i medesimi storici del tempo mai non parlano del pas- saggio del Po per parte degli imperatori, prima di aprire la dieta roncagliese;
che tale passaggio susseguì sempre alle diete; onde il co- rollario evidente della postura del convegno in terra lombarda;
che prima del 1158 non esisteva nè meno un simulacro di ponte sul gran fiume, essendo stato il primo stabile costruitovi nel II 60; onde l'impossibilità che in un breve giro d'ore un esercito intero, impedito altresì da tutto un grande corteggio imperiale, potesse eseguire il transito ed inaugurare la impo- nente adunata;
che non è verosimile negli imperatori tedeschi la risoluzione di indire e tenere adunanze del genere sul Piacentino, terra nemica all' impero e strategicamente sfavorevole pel gran corso d'acqua alle terga delle milizie condottevi.
La monografia insiste nell' affermare che la situazione di Ron- caglia lombarda s'accordava esattamente coli' indole tattica della plaga che vi si riferisce: il corso del Po ed il ramo del Lambro
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— staccantesi da presso d'Orio — contenevano lungo la vecchia via romana posizioni sicure e capaci di energiche offese, co- mecché le terre di Ronco, Somaglia, Senna, Monte Malo ed altre parecchie coronavano di forti castella il lembo del piano al Po, facendone in codesta guisa come un campo trincerato, propria e vera sede ad una radunata di indole politica e militare.
Ad altre fonti ancora, e non poche, inspira l'Agnelli il suo convincimento, e tra queste alla citazione del milanese Giulini, che pose — per verità con eccessiva larghezza — i prati di Roncaglia fra Piacenza e Lodi.
Pure di ragguardevole credibilità è la testimonianza addotta dall'Agnelli di Ottone Morena, suo concittadino, al seguito di Barbarossa e che fu presente alle diete di Roncaglia. Non che il Morena dica esplicitamente e contro le deduzioni che si fanno dagli antichi cronisti — come Ottone vescovo di Frisinga, 1' Hildeshein, Alberico delle Tre Fontane e l' Uspergense — quale precisa- mente fosse il luogo di Roncaglia rispetto al Po ; ma, narrando che Federico Barbarossa trovavasi il 29 di novembre (1154) a S. Vito di Castione e che il 30 successivo era con sue genti a Roncaglia, dopo che parte di esse avevano nel precedente giorno espugnato il borgo Piacentino ad oriente di Lodi, lascia com- prendere che il luogo controverso fosse sul territorio lodigiano. Nè il Morena s' arresta alla prima dieta di Federico, ma accenna pure a quella di quattro anni dopo ; al quale proposito narra che vi comparvero pure Bulgaro, Martino Gosio, Giacomo e Ugone di Porta Ravegnana, maestri di dritto nel celebre studio di Bologna, i quali convennero oltre il Po, presso la chiesa di S. Pietro di Cotrebbia (21 novembre); così che — seguita l'Agnelli — essendo Cotrebbia sulla destra del fiume, e proprio rimpetto alla Roncaglia lodigiana, questa e non altra dev'essere stata quella delle-, diete.
Un altro ausiliare dell'Agnelli è Ottone Radevico, canonico frisingese, che narra essersi l' imperatore accampato a Roncaglia « sulla sponda del Po » ; mentre i milanesi, i bresciani, i liguri ed altri italiani s'erano accampati — allora in attitudine non nemica — sulla sponda opposta del fiume. In due giorni l' im- peratore fece costrurre un ponte, e così si resero agevoli le
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comunicazioni fra Cotrebbia e Roncaglia lodigiana , dove era Federico coi suoi.
Per tal modo — conclude Giovanni Agnelli — « ecco spie- gato il motivo pel quale i due campi venivano dagli storici
confusi in uno solo, anzi preso l'uno per l'altro ».
Se si chiede quale sia la modesta opinione nostra nel grave dibattito, rispondiamo d'essere persuasi da molte fra le osser- vazioni critiche per cui l'imperatore dovesse, e non potesse al- trimenti, tener campo o corte che in terra di Lodi.
Con ciò non vogliamo escludere che altri fatti attinenti o pertinenti a contese comunali od imperiali di quei dì e succes- sivamente abbiano avuto a loro scena la Roncaglia piacentina; ed anzi tanto più ne siamo convinti dall' esposizione del Coda- gnello e dell'Anonimo.
Teniamo fermo, però, che per Roncaglia sede delle diete debba intendersi quella sulla sponda sinistra del Po. Questa è la conclusione nostra, fatta di coscienzioso studio.
Nè occorre dire che non fummo mossi da vacui sentimenti di preminenze locali, poiché noi — l'uno lombardo, l'altro emi- liano — non riteniamo proprio che sia stato massimo onare per questo o per quel luogo circumpadano 1' esser stato calcato nelle diete imperiali. Di ben altro i popoli hanno diritto a vantarsi ; ed oggi, nella patria riunita, codeste gloriole municipali sono anche scadute di valore, come la « infelice e vii secchia di legno » della modenese Ghirlandina.
Che, se vogliamo registrare con adamantino lapillo qualche nobile fatto, riguardiamo . piuttosto alla comparsa del carroccio, avvenuta primieramente nelle nostre campagne, ministra bensì di fraterne contese, ma tutta cosa italiana ed espressione impo- nente della italica dignità.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO X.
' Da éixtrx o diceta (sala del convito), dove i germani trattavano i publici negozi, come si legge nella Germania di Caio Cornelio Tacito; o da dies indictus, giorno fissato, e tale derivazione è avvalorata dall'analogia colla voce tedesca reichstag (giorno d'impero).
^ Fazio degli liberti, nel Dittamondo, lo ricorda: Costui della sua sposa maledetta Provato il vero colla vedovella. Col fuoco fece giustizia e vendetta. E il Paterol — Series augustorum et augustarum — conferma il fatto ; strano fatto, se si cor.sideri che questo Ottone è quello stesso la cui tenerezza di cuore si manifesta nella pietosa storia di sua figlia Adelasia col soldato Aleramo, il Fulberto del Falconiere di Pietra Ardena di Leopoldo Marenco. ^ Giovanni Codagnello - Chronicon placentinum. * Dè rebus in Italia gestis.
^ Bernardo Pallastrelli - Atti della pace di Costanza.
^ Jacopo Gabbiano - Laudiade,
' Giovanni Agnelli - Archivio storico lombardo.
Codogno e il suo territorio, ecc. — /.
CAPO XI.
Federico Barbarossa — Il libero comune — Guerre municipali — La contesa per Castelnuovo — Lodi distrutta — Federico in Italia — L' asilo di Pizzighettone e di Gera.
ON vi ha stato moderno cui non abbia nel suo periodo di formazione riassunto e personificato un uomo superiore ai comuni.
E generale e costante il fenomeno della leggenda che si insignorisce delle colossali figure sommarie, sul cui volto da semideo sbatte la fantasia le sue ali poderose, toccando le nubi col mito e scuotendo il cuore dei terrestri coli' epico ri- cordo. La mano di Dio le improvvisa sull'orizzonte eterno del- l' umanità , per poi fatalmente farle cadere ; ma la luce onde irradiano, o pura o fosca, o siderea o cruenta, li segue anche tramontati , con lunghissima striscia. Ond' è che se si dileguano nel fitto tenebrore delle età quali personaggi che vissero vita reale, permangono come esseri sopranaturali, sfidatori dei tempi, contemporanei a tutti gli evi; non più organismi individuali, ma forma suprema e simbolo perpetuo di tutta una gente, ma memoria e speranza di una intera nazione.
Legge comune, questa, che — circoscritta, per conto nostro, alle genti più vicine — da per tutto si affaccia e si dimostra:
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Carlo Magno, Arpad, il Cid campeador, Marco Kraliewich, Gu- glielmo Teli, Holger Danske meglio che nomi significano in tutta la loro pienezza 1' attualità perpetua delle nazioni rispettive. E così è di Federico BarbarosSa per la Germania.
L' imperatore svevo riempie di sè quasi tutto il secolo XIL Cadono sul suo capo le maledizioni d' Italia , ma è per lui che questa, sviluppata dal funebre lenzuolo, si riconosce a Pontida e trionfa a Legnano.
In quel gran maggio patriottico che fu il 1848, Legnano ri- sorgeva, e i padri nostri andavano a combattere il redivivo Bar- barossa, infesto ricordo nella loro bella fede italica, ma archetipo sommo della potenza e della fede teutonica. Poiché non è vuota fraseologia da effemeride, bensì è verità che l'impero tedesco d'oggidì non conosce soluzioni di continuità nella linea di na- scita, svolgimento e trionfo dipartitasi dall' Hoestaufifen. E poco nota in Italia la pagina letteraria germanica del 1870: Guglielmo d' Hohenzollern cavalcava presso il sepolcro di Voltaire
Portando sopra l' elmo il sacro impero , Sotto r usbergo la crociata fe' ,
e dall'Elba al Reno, dal Danubio allo Sprea era tutta una mi- racolosa evocazione della leggenda di Federico.
Pel quale dicono che natura abbia spezzato sue leggi ; egli, sopravvive per le fortune della patria, ed aspetta, alacre sempre, nel vivo delle pietre incavate dell' Hyff haiiser. Neil' ora del pe- ricolo, abbandonerà i suoi burgravi, e, scuotendo il capo dalla gialla chioma cadente sul manto purpureo e gemmato, e svol- gendo la bella barba prolissa , spezzerà col suo pugno la tavola di marmo, per brandire novellamente il ferro a gloria e vittoria della vecchia Germania.
La costituzione politica d' Italia era figurativamente frammen- taria : cento signorie diverse padroneggiavano, e tutte, o poco o molto, soggiacenti a quella del pontefice.
Non è possibile che all'ampia mente dello svevo imperatore sfuggisse la grande visione dell'avvenire, pel quale l'autorità imperiale — eh' ei collocava al di sopra dell' umanità tutta —
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sarebbe stata posta di contro a quella della chiesa. Non consi- derati i pretesti che trassero Federico nella patria nostra, chia- matovi dalle locali discordie e gelosie, è certo che a lui bastò volgere lo sguardo alle condizioni intrinseche dell' Italia politica in quella metà prima del secolo XII , per rendersi conto della sua impresa. Gli italiani di quei di, mal noti a sè stessi, armati di sdegni , non s' erano ancora conosciuti nell' ora del pianto e, pur di soddisfare alle loro brame di prepotere, sarebbersi dati a quel forte che ne avesse disposate e fatte sue le misera- bili gare. E Federico venne, procedette altero e superbo cam- minando sui baroni, scompigliò le falangi dei prelati, e tra lui e la chiesa si delineò, si svolse e si pugnò quello che Giosuè Car- ducci disse il più grande e il più italiano fra i duelli storici.
Non ancora è scientificamente provata la genesi del comune italiano. Il genio latino, per l'opera di parecchi fra i suoi più illustri scrittori, inclinò all'opinione che i comuni italiani se- gnassero la vittoria dell' elemento barbarico, continuando essi gli antichi municipi romani ; a lor volta i dotti tedeschi li dissera propagine della società germanica.
Ben poco lume offrono gli storici antichi intorno a quell' im- ponente istituto, meraviglioso per quei tempi di torve fiamme e di freddi bagliori; e però nessuno tra gli agili ingegni moderni potè al riguardo discernere il certo dall'incerto, riducendo a solide conclusioni le ipotesi e le prove raccolte.
In tale controversia — che non è nostro compito risolvere — è lecito osservare che, se pur Roma ne' suoi dì più fulgidi fu un grande municipio dall'Italia all'Europa gradatamente impo- stosi, è molto arrischiato il negare che quel concetto e quel fatto siano sorvissuti alla disgregazione dell'impero, atterrato dalle irruzioni barbariche.
Ma nel ciclo storico appare prodigiosa la sussistenza del co- mune nel cuore del regime feudale: basta aver soltanto sfiorata la cronaca delle giurisdizioni signoriali per convincersi che al di sotto del castello, nella gran famiglia suddita del borgo, come un barlume d' autorità amministrativa sopravviveva. Al feudatario il diritto assoluto di privilegi (perfino dei più turpi), di giustizia, di pace, di guerra; tutto, insomma, che forma il potere poli—
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tico e l'esecutivo. Al borgo la larva dell'appello al signore contro i suoi decreti , il codice pei peregrini e per gli ospitali , fondato sulle consuetudini ed applicato per mandato del console, coni' era detto il capo della comunità ; al borgo, infine , il rego- lamento concernente il lodo generico sulle differenze agricole e commerciali che per opposizione di materiali interessi insorge- vano tra i borghigiani.
Forse i privilegi che si innestavano sulle antiche consuetudini romane e che furon rispettati dai greci quand' eran padroni ; forse i novi elementi recatici dai barbari ed ispirati a fortezza e ad indipendenza; forse la tolleranza che diede carattere nei tempi carolingi al governo dei conti reggenti le città; tutto questo lentamente ma sicuramente infiochiva la luce dell' autorità regia centrale, già così rutilante; e, profittando della sua lonta- nanza, lasciava che alle diverse fisionomie locali si acconciassero disposizioni di reggimenti particolari. E, benché da un capo air altro della penisola, e malgrado le contrarietà d' ordine etno- logico e geologico, primo bisogno fosse per tutti la parziale conquista della libertà delle persone e delle cose proprie, così si delineò — prima in concetto, poi in fatto — una consuetu- dine di quasi indipendenza amministrativa, di fronte alla quale poco per volta dovettero capitolare le antiche supremazie del feudo e della chiesa.
Rapido nelle città, tardo nelle campagne, sorse e si sviluppò l'accennato movimento, che da principio non dava ombra a nessuno ; che poi si invigorì di immunità concessegli da signori, da vescovi e dallo stesso imperatore; fino a quando il comune, sentita la propria consistenza, ruppe le more: di genuflesso balzò in piedi, ed, elevando anche il proprio fra gli stendardi del papato , dell' impero e delle baronie , vivo finalmente di vita propria, fece comprendere ai diversi padroni che da allora bi- sognava pure che anche con esso si facessero i conti.
In Lombardia specialmente — quasi sempre sulla sfera gius- dicente della diocesi — si venne plasmando il comune e lo stato singolo. Condizione normale si affermò la lotta da mura a mura, tanto più fiera quanto prossimiore, e quasi sempre futili i pretesti di \ 'essa. Nè altrimenti poteva essere : lo stesso istinto di conservazione
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poneva in armi i comuni gli uni contro gli altri ; essi facevano e sfacevano alleanze, si combattevano con soldati propri, chiama- vano a loro stipendio schiere forestiere; e così la loro figura amministrativa si tramutava in politica, ed ogni città col territo- rio dipendente assumeva l' aspetto e la realtà di una piccola republica.
Erano picciole gare o non compromesse o non risolute dai consoli di giustizia; un motto frizzante, una vanitosa ostenta- zione , una sagra turbata bastavano perchè le ire divampassero : si cominciava coi nomi di scherno ; le debolezze o le sciagure delle genti e degli individui venivan riassunte in sarcastiche apo- strofi , perdurate attraverso i secoli o come allegorie di sprezzo o come cognomi risultanti ; giorno per giorno inferocivano gli odi. Solo giudice il campo : all' appello del comune eran tutti soldati, al rintocco della campana municipale si sguainavan le spade, si combatteva, si vinceva quando non si moriva, per posare bre- vemente sui cruenti allori ed alla prima opportunità ricomin- ciare. L' idea nazionale non esisteva ; quanti venivan parteggiando di un solo idioma e dello stesso lignaggio eran nemici a morte, e tutto riassume la splendida ipotiposi della patria, escita più dal cuore che dalla fantasia di Dante :
Ed ora in te non stanno senza guerra Li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode Di quei che un muro ed una fossa serra.
Cerca, misera, intorno dalle prode
Le tue marine, e poi ti guarda in seno Se alcuna parte in te di pace gode.
La storia politica d' Italia al cospetto di Federico Barbarossa e del libero comune è tutta o quasi legata agli avvenimenti di Lombardia ; ma la scena è troppo vasta per gli occhi nostri, poi- ché gli incidenti, o preparati o improvvisi, nascono di continuo gli uni dagli altri, ed il loro intreccio si rinnova ad ogni istante, ed il loro scioglimento si allontana quando si crede di pervenirvi.
E, dunque, necessario circoscriverci alle vicende terriere, che pure furono parte precipua ed integrale delle nazionali; ed ac- cenniamo primieramente alla turbolenta contesa tra Cremona e Piacenza per Castelnuovo presso l'Adda.
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Una bolla d' Innocenzo II papa confermava i possessi del chiostro benedettino dei SS. Sisto e Fabiano in Piacenza, anno- verando fra quei beni le chiese di S. Michele e di S. Bartolomeo in Castelnuovo (14 luglio 1132). Non risultano interamente dai cronisti le successive vicende nell' occupazione di questo luogo ; ma è noto che , fervendo la guerra fra parmigiani e piacentini , questi, per distogliere i cremonesi alleati ai loro nemici, su- scitarono i milanesi a danno di Cremona', e s'avviarono allo
'toop-Zifiiii'
Avanzo della rocca di Castelnuovo
assedio del castello di Tabiano. Loro male ne incolse, poiché vi furono sconfitti (11 giugno 1149). Continuarono a guerreg- giare con varia fortuna contro Parma, e l'anno dopo ebbero la rivincita al castello di Tabiano, che spianarono dalle fondamenta.
Ma, stando in loro vantaggio contro Cremona ed in vista di Castelnuovo i loro alleati di Milano, questi venivano assaliti dai cremonesi, nè giungendo tempestivamente i piacentini in loro ausilio, l'oste milanese fu orrendamente macellata, e lasciò sul campo, oltre mille cinquecento ^cavalieri, anche il carroccio, ri- parando frettolosamente nel castellaro del luogo, che i cremonesi non osarono investire (5 luglio 1150).
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Poco dopo riescirono i piacentini a staccare Cremona da Parma; e diremmo anzi tosto, se dovessimo credere alle asserzioni di alcuni storici, mentre altri assegnano la conciliazione tra le due città ad anni successivi; e patto di essa fu che i cremonesi pa- gassero certa somma di denaro ai piacentini , loro restituissero i prigionieri di guerra, mentre i piacentini avrebbero a Cremona consegnato Castelnuovo.
Non è da credere che questa transazione troncasse ogni dis- senso possessorio sulla terra contesa, poiché si addiviene fra Beraldo, abate benedettino di S. Sisto, e Lanfranco Cassino, vescovo di Lodi, ad un componimento sull'esercizio del diritto di patronato spettante al monastero sistino sulla chiesa di S. Mi- chele in Castelnuovo; e si determina che l'abate ne elegga il paroco, che però l' esame e la istituzione ne appartengano al vescovo, e che, mentre all'ordinario si abbiano a riferire tutte le cose spirituali, le temporali riconoscano la esclusiva giurisdi- zione del monaco piacentino (1155), a cui nessuno certo ne- gherà la patente di uomo positivo.
Nè va taciuto il passo di Pier Maria Campi, il quale narra che Federico Barbarossa, in un diploma da Modena confermava al convento di S. Sisto tutti i suoi beni e possessi, compreso Castelnuovo colla chiesa di S. Michele (1x56)^
Come Lodi — vittima delle discordie cittadine e della pre- potenza de' più forti vicini — fosse la prima volta distrutta ad opera dei milanesi collegati ai nobili fuorusciti lodigiani (i 1 11), non è nessuno che ignori ; così come è conosciuta la miseranda esistenza condotta lungo la prima metà del secolo XII da quei diserti di patria, ai quali il profeta di Sionne avrebbe potuto, come allo infelice Israele, indirizzare il suo pietoso lamento.
Ma i lodigiani riposero nell'imperatore la speranza, ultima dea: a lui, condottosi in Costanza per tenervi dieta (1153), genuflessero, la fune al collo e la croce in mano, due mercanti lodigiani del distrutto borgo Piacentino — e per questo forse non scevri di personali interessi — manifestandogli la loro grande miseria e lo stato di servaggio in cui Lodi era tenuta dalla oltracotante Milano. Federico — sotto V acuto stimolo di ripristinare fra noi l'autorità imperiale, che il prosperar dei
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comuni aveva infiacchito — accolse di buon grado la supplica, e, preceduto da un monito minaccioso pei milanesi (rimasto inefficace), scese in Italia ben agguerrito, valicò l'Adda, per- nottò nel convento di S. Vito presso Camairago, e convocò la sua prima dieta a Roncaglia (1154), tosto riunendo sopra di sè tutte le simpatie dei lodigiani, risorgenti da morte a vita nel veder poi il sire tedesco ardere città amiche ai milanesi.
Tornato in Germania l'imperatore, Milano aggravò ancor più ferreamente la mano su Lodi. Osteggiati soltanto, ed a riprese, dai cremonesi, che avevano smantellate le rocche di Somaglia, Maleo, Cavacurta e Corno (1157), i milanesi, accorsi tosto, le restaurarono, curando specialmente quelle di Maleo e di Cava- curta, antf^murali di Pizzighettone, baluardo formidabile eretto dalla potenza cremonese nel 1133.
I lodigiani, per quanto forzatamente remissivi, non poterono acconciarsi alle crudeli esigenze che loro venivano imposte, e si videro novellamente distrutto il nucleo di case che ricordava l'antica loro città, e nel quale lo spirito municipale della Lodi pompeiana si era raccolto (1158).
Sul tramonto d' un giorno d' aprile l' esodo di quegli infelici si compì fra gemiti e pianti; per la disertata campagna gli esuli s'avviarono al luogo di sicurezza, e dopo faticoso cammino, desolato ancor più da notturna intemperie, pervennero a Pizzi- ghettone. Tutte le traversie che sogliono accompagnare le di- rotte guerresche non mancarono alle turbe fuggiasche, ancor più atterrite per l' inseguimento dei baldanzosi nemici ; i quali , tenendo lor dietro, aggiunsero persecuzioni ad eccidi, e caddero così per loro mano le rocche di Monticelli presso Bertonico, di Castione, di San Vito, di Camairago, sostando i milanesi solo sulle coste di Cavacurta.
Qui — se la verità non è velata dall'amor proprio di un cronista lodigiano coevo ^ e di qualche altro cremonese ' — i profughi avrebbero, col coraggio della disperazione, tentato di rifar testa , slanciandosi con alcuni cavalieri cremonesi , ma in breve stuolo e ad insegne spiegate, contro quelli che si eran giurati ministri della lor morte. I milanesi non accettarono la zuffa e si ritirarono a Castione.
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Se Pizzighettone salvava quel popolo d'esuli dall'eccidio per mano degli uomini, non potè però sottrarli al flagello della epi- demia e della morte.
L' essere accumulati in abituri ristretti , la deficienza del cibo, la stagione oltremodo calda, e non pochi altri stenti accrebbero la mortalità in quegli ospiti sventurati. Non fu più possibile sotterrare tutti i cadaveri della giornata ; e, facendo difetto presso la chiesa lo spazio per le inumazioni, le salme furon seppellite sulla destra dell'Adda, a S. Pietro in Pirolo. Lo spettacolo doloroso indusse molti dei nuovi venuti a sfollare da Pizzighet- tone ed a recarsi a Cremona, dove parecchi infermarono ed esciron di vita.
Secondo il Goldaniga — come pur riporta il Palazzina, forse troppo sensibile agli strappi della cetra di Jacopo Gabbiano — « una turba, passata l' Adda si stanziò poco lungi dalla riva del patrio fiume e fabbricò San Passano ». Ma questa notizia di- scorda dalla nota di Ludovico Gavitello che quel castello del Cremonese era già stato diroccato dalle milizie di Lotario im- peratore (il 33).
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NOTE AL CAPO XI.
^ Secondo il Cortemiglia Pisani questo diploma sarebbe invece del 1155.
Ottone Morena - Storia laudense.
^ Antonio Campo - Cremona fedelissima